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Nicola Piovani

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«Nel racconto teatrale la parola arriva dove la musica non può arrivare, ma, soprattutto, la musica la fa da padrona là dove la parola non sa e non può arrivare. I video di scena integrano il racconto con immagini di film, di spettacoli e, soprattutto, immagini che artisti come Luzzati e Manara hanno dedicato all’opera musicale di Piovani».

Sul sito ufficiale viene presentato così “La musica è pericolosa”, un concertato che Nicola Piovani con un organico di cinque musicisti sta portando in giro per l’Italia. Piovani – premio Oscar nel 1999 per le musiche del film “La vita è bella” di Roberto Benigni – lo vedremo il 14 dicembre al teatro Comunale di Catanzaro, nell’ambito del cartellone di Ama Calabria.

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Sarà a Messina il 15, a Napoli il 19, a Molfetta il 20, a Perugia il 27 e il 31. L’anno nuovo si aprirà a Roma all’Auditorium Parco della musica con due date: l’1 e il 2 gennaio 2020.

Maestro, perché la musica è pericolosa?

«È una frase di Federico Fellini che ho scelto come titolo di un libro e di questo spettacolo perché, in senso metaforico e paradossale, mi convince molto. Il riferimento è alla pericolosità gioiosa dell’incontro con la bellezza. Non solo musicale. Ma all’inizio dello spettacolo tutto ciò viene raccontato con molta ricchezza di esempi».

Del resto, Lei ha scritto le colonne sonore degli ultimi tre film di Fellini. Il 2020 sarà il centenario della nascita del regista, nato a Rimini il 20 gennaio del 1920. Per Nicola Piovani chi è Federico Fellini e come lo ricorda?

«Lo spettacolo del 14 dicembre a Catanzaro inizierà con un ricordo personale legato al mio lavoro con Fellini. Undici anni passati a lavorare al fianco di uno dei più grandi registi del secolo – se non il più grande come ha sostenuto di recente Kundera – come chiunque può immaginare, hanno lasciato un segno profondo. ma più sul piano personale, affettivo che su quello strettamente professionale. Certi ricordi li custodisco nella mia memoria con un’emozione sorridente che mi fa sentire bene, o meglio “vivo”».

Sul suo sito Lei si presenta così: “Di mestiere fa il Musicista (pianista, direttore d’orchestra, compositore di musica per il cinema e il teatro, di canzoni, di musica da camera e sinfonica)”. Una vita tra note e spartiti la Sua in cui, però, anche la frequentazione del teatro (e non solo) ha trovato spazio…

«Soprattutto il Teatro. Io mi sono invaghito del cinema intorno ai sedici anni, quando ho scoperto la cosiddetta Settima arte: Bergman, Bunuel, Fellini. È stata una scoperta intellettuale – nel senso più bello di questo aggettivo. Il Teatro l’ho scoperto da bambino, quando i miei genitori mi portavano a vedere in scena zia Pina, attrice di varietà. Ne ero incantato – le luci, le quinte, la buca dell’orchestra – e da allora tutto questo ha per me un fascino trascinante. Sa, il primo amore non si scorda mai».

Che bambino è stato?

«Mediamente bravo, diligente ma senza esagerare, innamorato della musica da subito».

Quali parole o modi di dire della Sua infanzia conserva o ricorda ancora adesso?

«Col passar degli anni la lingua dell’adolescenza, quella dei genitori, il dialetto della città, anziché allontanarsi, si fanno sempre più presenti. Con mio fratello mi capita di trovarmi a usare un motto che usava mia madre, magari oggi poco comprensibile, che ci fa ritrovare in una calorosa memoria condivisa. Ricordo per esempio quando diceva “È tutto un fricandò co’ la cipolla” (mescolanza di cose varie, ndr). Oggi si usa dire “È tutto un magna-magna”».

Suo padre Alberico da giovane suonava nella banda del suo paese natale, Corchiano, nella Tuscia viterbese. Fin dalla prima infanzia, Lei ha avuto la musica in casa: circolavano fisarmoniche, mandolini, trombe, chitarre… Visto l’avvicinarsi delle feste, come ricorda i Natali della sua infanzia? E quelli con Sua moglie e i Suoi figli?

«Ricordo che nella mia infanzia, quando si avvicinava Natale, si preparavano dolci, sughi, pasta all’uovo come in tutte le case romane – a volte c’erano i polli vivi sui balconi che aspettavano il patibolo della vigilia. Ma ricordo anche l’attività impegnata ad accordare strumenti, a cambiare le corde del mandolino, della chitarra, a lucidare fisarmoniche…».

Nel 1968 crea la Sua prima colonna sonora: è per i cinegiornali sul movimento studentesco della facoltà di Filosofia che frequentava… Che ricordo ha di quegli anni e di quelli al Conservatorio G. Verdi di Milano?

«Erano anni pieni di contraddizioni, di salti in avanti con risvolti a volte equivoci, anni di presa di coscienza e con poco senso del ridicolo – il senso del ridicolo a volte ci frena dal fare passi belli in avanti. Sono stati anni comunque positivi. Facendo una somma algebrica fra progressi ed errori – a volte anche tragici – sono stati anni che hanno segnato conquiste civili preziose. È vero che oggi ci sono spinte a regredire verso rituali conservatori. Ma delle conquiste della cultura “sessantottina” oggi usufruiscono tutti, anche i reazionari».

A Suo giudizio, quali sono oggi le parole a cui non bisogna rinunciare e perché?

«Lealtà e coerenza. Di lealtà c’è un bisogno urgente: quelli che usano a fini personali il denaro pubblico, quello erogato dai contribuenti, sono un macigno che impedisce alla nostra collettività di vivere civilmente. Vedo uomini importanti che parlano di valori, in televisione, davanti alle piazze e, se li guardi in faccia, come avrebbe detto mia madre Armanda, vedi “la bucìa che je cammina sulla fronte”. La coerenza poi sembra una chimera: io trovo comica la disinvoltura con la quale più di un politico afferma l’esatto contrario di quanto proclamato due, tre mesi prima, a volte settimane. Si approfitta della fragilità della memoria collettiva. Ecco, se potessi scegliere un’altra parola preziosa sceglierei proprio la memoria. Un popolo con la memoria corta è un popolo che si fa fregare con facilità!».

L’ultima domanda (ma sarebbero tante) la riservo alla Sua collaborazione con Fabrizio De André. Con Faber, Lei è stato coautore di due album: Non al denaro non all’amore né al cielo e il successivo Storia di un impiegato. Quali sono le parole che De André le ha lasciato?

«Le parole moltissime, ma i gesti ancor di più. Provo a spiegarmi: De André non amava la televisione, e non ci andava. Tanti suoi colleghi ci andavano – pur non amando il mezzo – perché faceva alzare le vendite. Ebbene, in tante ore di tanti giorni passati insieme non ricordo di avergli mai sentito proclamare: “Io in televisione non ci vado!” Non ci andava e basta. Queste sono le persone che ti lasciano un insegnamento: quelle che fanno senza troppo parlare e declamare i propri gesti. Oggi siamo inondati di politici che, anziché fare bene il proprio lavoro, passano il tempo a parlare in televisione e ovunque di sé stessi. “Mala tempora currunt” (“corrono brutti tempi”, ndr) dicevano i Latini. Ma seguitavano: “Sed peiora parantur” (“ma se ne preparano di peggiori”, ndr)!».

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