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In inglese la parola “web” significa “rete”. Prima ancora che venisse adottata dal linguaggio online e accostata al mondo di internet, la conoscevamo prevalentemente per essere la traduzione corrispondente alla tela tessuta dai ragni.

Le fattezze della ragnatela sono tali che essa diviene una vera e propria trappola per le vittime: precisa, ampia, dispersiva, vischiosa. Tutti aggettivi che si confanno perfettamente all’immagine di internet che abbiamo imparato a conoscere in questi anni e, forse, non è un caso che tra una ragnatela e un sito non ci siano poi tutte queste differenze.

Da giorni ormai è scoppiato il “caso Telegram”: stiamo parlando del sistema di messaggistica online all’interno del quale è stata verificata la presenza di più gruppi dedicati al revenge porn e allo scambio e diffusione di materiale porno e pedopornografico.

La piattaforma di Telegram vive un sofferto doppio volto: ci si può iscrivere mediante l’utilizzo di un nickname e non necessariamente del numero di telefono (come invece accade per l’altra celebre piattaforma, Whatsapp), il che funge da “protezione” contro chi potrebbe voler risalire al nostro numero;
tuttavia – e qui emerge il rovescio della medaglia – non essendo tracciabili i numeri di telefono, chiunque può fare un uso scorretto del social,

Iscrivendosi con nomi e foto fittizie. Insomma, per lo stesso motivo per il quale Telegram è una garanzia di privacy, diventa anche il luogo ideale per questo genere di contenuti.

“Qualcuno può passarmi foto di dodicenni?”

“Vi passo foto della mia ex”

“Non capisco perché questi moralisti discutano tanto, qui le donne sono solo dei pezzi di carne da stuprare”

“Come faccio a violentare mia figlia di dieci anni senza farla urlare?”

Dietro a nomi, dati e account falsi si cela questo desolante panorama che, pur viaggiando nel sottosuolo del web, è quotidianamente sotto i nostri occhi. Si entra nei gruppi esclusivamente su richiesta e il loro nome è, perlopiù, sempre lo stesso: “Stupro tua sorella”.

Il gruppo più numeroso conta 119.447 iscritti, il secondo più di 72mila.

Chiunque utilizzi Telegram può digitare il nome del gruppo e trovarlo nella propria barra della ricerca: questo rende il tutto ancora più vicino, meno trascurabile, da non considerare come il tipico evento lontano da noi, di cui parlano i giornali e che pensiamo non ci toccherà mai.

Si impugna così l’ennesimo gladio sul revenge porn. L’espressione significa letteralmente “vendetta pornografica” e si configura nel momento in cui un soggetto diffonde online foto private ricevute in chat da un altro soggetto e senza il consenso di quest’ultimo. Il caso di Tiziana Cantone, forse, rinfrescherà la memoria in merito.

E’ nata prima la fiducia mal riposta o l’amoralità altrui? È uno scontro vecchio come il mondo, ormai, perlomeno da quando il mondo è governato dai telefonini e dal loro contenuto. Inviare foto dal contenuto intimo al partner può essere considerata una leggerezza, ma a suo modo anche un’espressione di totale fiducia, che, talvolta, viene tradita per vendetta dopo una rottura. Così, il partner destinatario di quelle foto, ne fa carne da macello postandole su internet, lanciandole su un bancone a cui si affacciano gli utenti più irrispettosi e volgari del web. A quella folla si aggiungono curiosi e giudici dell’ultimo minuto che, sospirando, sentenziano: “non sarebbe mai successo se quelle foto non fossero state inviate”.

Rimane difficile arginare questa tesi, nonostante abbia lo stesso retrogusto del più noto motto: “ha indossato la minigonna, se l’è cercata”. C’è un motivo per il quale questa tesi non è sostenibile, ed è quello per cui il panorama del revenge porn e della diffusione di materiale altrui non ruota solo intorno alle foto di nudo. Tantissime, infatti, sono le foto di ragazze, donne o bambine vestite normalmente presenti in questi gruppi, ritratte in semplici primi piani sorridenti, senza alcun elemento ammiccante o malizioso, ma che vengono ugualmente sessualizzate con linguaggi brutali e insulti.

Così, anche chi non si spoglia per il partner rischia di diventare merce di scambio per pessimi utenti del web nascosti dietro identità fittizie, si ritrova vittima di violenza online anche chi non ha mai condiviso materiale personale con alcuno, chi neanche utilizza Telegram o addirittura ne ignora l’esistenza.
Sorprenderà, però, sapere che non siamo affatto nuovi all’esistenza di gruppi con questi contenuti. È un problema annoso, che ciclicamente si ripresenta e torna alla ribalta, per poi essere nuovamente dimenticato. Nel frattempo, chi scambia e diffonde materiale altrui, continua indisturbato a ritrovare o a creare nuovi gruppi, man mano che quelli precedenti vengono eliminati o chiusi.

Talvolta il mito si inverte e Aracne non viene tramutata in un ragno e condannata a tessere infinite tele per tutta la vita, ma a restarvi invischiata: il materiale diffuso sul web è pressoché irrecuperabile e può circolare su internet per anni. Si può continuare a colpevolizzare chi invia foto intime al partner e condannarne l’ingenuità, oppure si può iniziare a considerare l’idea che “vendetta” faccia rima con “marciume”, che quel marciume viva di abiette ritorsioni, che non abbia un’etica né delle preferenze, che non gli importa che tu sia vestita o meno, gli basta che tu sia una donna e, come tale, trattata da inanimato oggetto sessuale da bandire ai quattro venti.

In ogni tipo di violenza, fisica, psicologica o mediatica che sia, la differenza tra vittima e carnefice è sempre estremamente nitida: nostro è il compito di smettere di guardare e cominciare a vedere.

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