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Giuseppe Verdi spiega le regole per accedere al museo (foto: da instangram @museoscala)

Tempo di lettura 5 Minuti

NEI LUOGHI del teatro, della musica, dell’arte, del cinema, della danza sono tante le storie di resistenza o di ripartenza nate sotto il cielo di questi giorni sospesi che se ti affacci alla finestra, le nuvole ti sembrano ancora punti interrogativi che s’intrecciano in traiettorie di luce. A raccoglierle queste storie, si potrebbe scrivere una sorta di grande romanzo popolare dello spettacolo e della cultura in Italia, prima e dopo lo schiaffo della pandemia.

Si potrebbe cominciare col tratteggiare il ritratto del protagonista principale: quell’universo brulicante di primari, comprimari, comparse e spettatori che ha tenuto duro lontano dai palcoscenici e dalle platee e che ora cerca di ricucire la ferita provocata dal coronavirus. Mascherine pronte a riprendersi i luoghi della vita di prima – con prudenza e nel rispetto delle norme di sicurezza – affinché la diga eretta per arginare la diffusione del contagio non diventi il muro contro cui si sfaldano le emozioni che gli spettacoli dal vivo sanno dare.

Il teatro non è un luogo anestetizzato e non è un contenitore privo di respiro. Piuttosto, è un corpo vivo e il suo cuore pulsa più forte nell’attimo in cui gli sguardi dal palco incrociano quelli in platea e accade qualcosa. È così anche al buio, al chiuso o all’aperto. È un rito che si ripete ogni volta che il sipario si alza e prendono forma pensieri, suggestioni, suoni, parole, sguardi, visioni e palpiti. Nel teatro – e nello spettacolo in genere – c’è una sorta di regola non scritta: gli uomini che lo fanno e gli uomini che ne fruiscono sono ambedue parte dell’evento artistico. Ne decidono le sorti, ne dettano il pathos, ne decretano il successo o l’insuccesso. Senza gli uni, gli altri non esistono; senza entrambi andrebbe in scena il vuoto. Il distanziamento fisico – che pure c’è tra palco, palchetti e platea o, nel caso di arene tra spalti e spazio scenico – è annullato dalle emozioni, dal gioco delle parti, dall’incanto, dallo stupore, dalla provocazione che fa pensare, dalla bellezza della musica, dalla profondità o dall’attualità di un testo messo in scena. Marchingégni di cui lo spettacolo dal vivo si nutre e attraverso i quali nutre.

Va da sé che il via libera dopo il lockdown – seppure con i protocolli da seguire – ha tolto in parte i sigilli alle porte di un mondo fatto di artisti, maestranze e spettatori. Sui media rimbalzano le cronache delle prime “timide” riaperture, dei primi progetti attesi e confermati, di festival, spettacoli o concerti rimandati a tempi migliori. È un mondo che si reinventa nella forma, nella sostanza, negli spazi e nella comunicazione.

Sull’account Instagram del Museo teatrale alla Scala di Milano, ad esempio, da un po’ di giorni “prendono la parola” Giuseppe Verdi e Giuseppe Piermarini – l’ architetto che progettò il celebre teatro – per spiegare le regole da seguire quando si andrà al museo o si vorrà vedere la sala del teatro dai palchi. Con “Estate duemilaeventi” anche Bergamo – città tra le più colpite dalla pandemia – riparte e lo fa con un cartellone che raccoglie in un unico spazio diverse proposte. Cultura diffusa tra cortili e piazzette e in un luogo simbolico, il Lazzaretto. A Torino, invece, quattro minuti dopo la mezzanotte del 15 giugno data indicata per le riaperture, il debutto post quarantena al cineteatro Baretti nel rispetto delle misure ha visto trenta spettatori in sala e “Apollo signore dei dardi” in scena: rivisitazione dell’Iliade di Davide Livermore. Torniamo a Milano, nel capoluogo lombardo il Piccolo Teatro Grassi ha alzato il sipario con “Officina del racconto dal vivo” con Stefano Massini, accompagnato dalle improvvisazioni jazz di Paolo Jannacci. Protocollo rispettato, spettatori emozionati e in numero limitato a seguire l’attesa Prima della rinascita. Sono storie di costruzione simili ai pezzi ad incastro di un puzzle da inventare, comporre e scoprire fino ad arrivare all’applauso finale. Sparse un po’ in tutta Italia è difficile raccontarle tutte. In Toscana, ecco il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino riaprire le sue porte con un ciclo di sette concerti sinfonici mettendo a disposizione del pubblico 200 poltrone.

A Roma, tra gli altri, il Teatro Tor Bella Monaca propone “Teatro Unlocked”. Ancora più a Sud e in Puglia, la Garibaldi Crew diretta da Carlo Bruni ha impacchettato di notte il Teatro comunale di Bisceglie, presentandolo così nel giorno della ripartenza. E lo ha fatto ricordando Christo, l’artista recentemente scomparso. Un’azione di land art , chiamata “Wrapped Theatre”, in omaggio al primo “impacchettamento” ideato da Christo e da Jeanne-Claude nel 1968 per il festival di Spoleto. Torna la musica anche al Petruzzelli di Bari con un concerto ad ingresso gratuito su prenotazione. Sarà il primo dopo il lockdown. Storie di ripartenze come quella che si scriverà oggi in occasione della Festa della musica. Seppure con le restrizioni, l’edizione 2020 ci sarà e saranno oltre trecento le città coinvolte. Che Festa della musica sia, ma con un minuto di silenzio perché “senza la musica non si vive” a voler sintetizzare le parole del jazzista Paolo Fresu, quest’anno testimonial della manifestazione. Il silenzio incastonato tra le note non sarà l’unica variabile a rendere speciale quest’edizione dedicata a Ezio Bosso, che ne fu testimonial nel 2018. Tra i partecipanti, infatti, hanno risposto all’appello anche medici ed infermieri che, in questi mesi, sono stati in prima linea nella lotta al Covid 19 e che fanno della musica la propria passione.

Suggestivo anche il luogo del concerto simbolo: la Valle dei Templi di Agrigento che diventa una sorta di Teatro dell’Opera all’aperto per ospitare “Altissima Luce – Laudario da Cortona”. L’evento senza pubblico e in diretta streaming vede protagonisti Fresu, Daniele Bonaventura , Marco Bardoscia, Michele Rabbia e l’Orchestra da Camera di Perugia e gli allievi del conservatorio Toscanini di Ribera.

E mentre segui le tracce di questi primi passi verso la vita di prima ti vien da pensare che le “anime salve” – prendo a prestito il titolo del tredicesimo album di De André – si sono rimesse in cammino. La sfida è trovare l’incipit giusto di una storia collettiva ancora da scrivere.

“La bellezza salverà il mondo” fa dire Dostoevskij al principe Miškin nell’Idiota, ma noi dobbiamo meritarcela.

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