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In questi ultimi tempi mi capita spesso di essere a contatto con i giovani e non mi dispiace. Li apprezzo molto e nutro verso di loro le più grandi speranze. Mi chiedo a volte cosa loro pensino di noi vecchie generazioni. Se hanno in noi la stessa fiducia che riponiamo in loro. Rifletto anche su come fossi io quando ero uno di loro e a cosa pensassi di tutti quegli uomini e donne che nella mia testa classificavo unicamente come “adulti”, un’entità unica e indistinta, autoritaria e infallibile, a volte benevola a volte inspiegabilmente maligna, ma comunque priva di differenze che fossero di sesso, di carattere, di aspirazioni, di problemi. Quella entità io non la comprendevo né mi sforzavo di farlo, proprio perché negavo a chi ne facesse parte il proprio diritto alla differenza, all’individualità, all’errore.

Mi chiedo ora: stiamo facendo lo stesso sbaglio con i “giovani d’oggi”? Quando ne parliamo, nel bene come nel male, condanniamo la loro indifferenza o superficialità, o ne lodiamo lo spirito di adattamento, la creatività, l’indipendenza?

Mi sforzo di compiere il faticoso atto di comprenderli e le rare volte che mi riesce (che ci riesce di trovare una lingua comune che convogli i nostri distanti alfabeti esperienziali, morali e spirituali), allora mi pare d’essere finito in una terra aliena, sconosciuta e piena di meraviglie. Se ci si prende la briga di esplorarla con calma, si troverà un’identità alla costante laboriosa opera di costruire se stessa, con fondamenta abbastanza solide da reggere l’urto con la realtà circostante, con le richieste e le aspettative della società, con gli ostacoli e gli sbarramenti della vita di questi ultimi anni.

La costruzione di un’identità è un processo altamente complesso perché non siamo noi a cercarla, ma è lei a trovarci. Per questo noi “adulti” dovremmo tentare di interferire il meno possibile in questo “riconoscersi”, rischiando altrimenti di perdere e far perdere irrimediabilmente il nostro giovane che tanto amiamo, e in cui riponiamo le speranze di una vita collettiva che sarà lui a portare avanti, facendone parte ben più a lungo di noi.

In cambio di questa fiducia, che consiste nel lasciarli trovare la propria identità, noi anziani potremmo chiedere nient’altro se non che si spenda nei nostri confronti la stessa comprensione, simpatia e indulgenza per la nostra umana fallibilità.

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