X
<
>

Liz Taylor nelle serigrafie di Warhol: si racconta che sul set la diva non concedesse a nessun’altra di indossare il rossetto rosso

Condividi:

SOTTO la mascherina? Né sorriso né rossetto. Il cosmetico più usato e probabilmente più amato dalle donne che ha retto alle crisi economiche e ai tempi bui della guerra, cede oggi alla morsa del virus che sta mettendo sotto scacco il mondo. Il nostro mondo, per come siamo stati abituati a viverlo, vederlo e immaginarlo fosse anche solamente davanti ad uno specchio. La mascherina cancella il rosso sulle bocche, o se c’è lo nasconde. Il resto lo fanno lo smart working che impigrisce e le occasioni per uscire di casa – con un trucco a regola d’arte – praticamente ridotte ad una visita ai congiunti, se si può e per come si può!

Così il piccolo alleato viene riposto nel cassetto in attesa di tempi migliori.

E dire che il rossetto è stato anche una sorta di simbolo nelle battaglie per la parità di genere. Una sorta di “protesta del rossetto”, quella che vide in prima fila l’imprenditrice canadese Elizabeth Arden, fondatrice dell’omonima azienda di  cosmetici. Fu lei che – negli anni Dieci del secolo scorso – affiancò  le  suffragette nel corteo di rivendicazione della propria indipendenza e femminilità,  marciando  lungo la  Fifth Avenue  e  donando alle compagne di lotta rossetti, naturalmente rosso fuoco. A riprova del fatto che “Niente è più necessario del superfluo” per dirla con Oscar Wilde. Un aforisma che racchiude in sé una verità: la nostra quotidianità è costellata da gesti, rituali, modi e maniere: infilare le chiavi di casa nella borsa o nella tasca prima di uscire di casa; dare un’ultima occhiata allo specchio, controllare che sul post-it della giornata siamo riusciti a scrivere tutto quello che ci siamo ripromessi di fare.

Tra i rituali di bellezza, quello di mettere il rossetto è una sorta di mantra della femminilità, un gesto rassicurante quando non consolatorio. Un dettaglio che fa la differenza. Del resto, che questo piccolo accessorio sia anche una misura dei mutamenti di Costume lo dimostra l’esistenza di un indice che registra le oscillazioni delle vendite del cosmetico sul mercato. Si chiama Lipstick index. Sembrerebbe che – in particolare all’estero – gli economisti tengano spesso in conto questo indice di statistica coniato da Leonard Lauder, presidente di Estée Lauder, per descrivere la crisi del 2001 causata dallo scoppio della “bolla Internet”, durante la quale le vendite dei rossetti aumentarono dell’11%. Ma alle donne consolarsi col rossetto – concedendosi l’acquisto di un piccolo bene di lusso che però in base al costo è alla portata di portafogli diversi – è accaduto più volte e le vendite del cosmetico sono aumentate di netto. È accaduto, per dire, durante la Seconda guerra mondiale quando persino Sir Winston Leonard Spencer Churchill ordinò di razionare i cosmetici ad eccezione del rossetto: “Mette buon umore a chi lo indossa e a chi lo vede”, disse il celebre Primo ministro del Regno Unito. L’impennata di vendite si registrò persino durante la Grande Depressione americana – nota quanto quel martedì 29 ottobre 1929 quando a New York crollò la borsa di Wall Street – o dopo il crollo delle Torri Gemelle a New York nel 2001.

Insomma gli esempi non mancano così come non mancano ora i dati che indicano l’inversione di tendenza e aprono una falla nel principio del Lipstick index secondo cui in tempi di crisi si comprano più rossetti. Le vendite di rossetto sono crollate “addirittura del 75% durante il lockdown e da allora proseguono la discesa di un ulteriore 26,4%. All’estremo opposto, hanno ripreso vigore le vendite di trucco per gli occhi”, si leggeva già a settembre in un lancio di agenzia. Per rendere la misura basta tenere d’occhio i dati più recenti in merito forniti da Nielsen o il report di McKinsey&Company. Di cifra in cifra, di percentuale in percentuale quel che emerge è un netto calo degli acquisti di quello che è sempre stato un alleato di bellezza e femminilità.

E allora, in attesa di sfoggiare nuovamente sorrisi e labbra laccate, ci viene in soccorso la biografia del rossetto. Una storia che ci ricorda come il cosmetico in questione si usava già 5000 anni fa nell’antica civiltà della Mesopotamia. E se Cleopatra utilizzava un rossetto ricavato dai pigmenti dei coleotteri  e delle  formiche, durante il regno di Elisabetta I d’Inghilterra veniva ricavato dalla cera d’api. Tra i rossetti regali, però, non può mancare quello che Elisabetta II in occasione della sua incoronazione – il 2 giugno 1953 – commissionò di un colore personalizzato così da spiccare sull’abito avorio e da richiamare il rosso della corona. Saltellando nella Storia del Costume, veniamo al Cinema. Al binomio dive e labbra truccate si deve l’utilizzo su larga scala del cosmetico. Le dive-influencer – si direbbe oggi – vengono ammirate sul Grande Schermo e sulle riviste patinate ma anche emulate. “Trova qualcuno che ti rovini il rossetto, non il mascara” era il motto di Marilyn Monroe; mentre Audry Hepburn in “Colazione da Tiffany” singhiozzante su un taxi affermava: “Non sono capace di leggere un messaggio triste senza prima mettermi il rossetto”. E poi c’è Liz Taylor, “La Venere in visone”. Epica la scena di quel film in cui Liz scrive col rossetto sullo specchio “No sale” (non in vendita). Si racconta persino che Liz durante le riprese non consentisse ad altre donne all’infuori di lei di portare sul set un rossetto naturalmente rosso lacca.

Tutte d’accordo? Non proprio. C’è chi come Patti Smith ha affermato: “Fin da bambina, sapevo quello che non volevo. Non volevo indossare il rossetto rosso”. Tono perentorio quello della sacerdotessa del rock che però non offusca (anzi) la potenza simbolica del rossetto.


La qualità dell'informazione è un bene assoluto, che richiede impegno, dedizione, sacrificio. Il Quotidiano del Sud è il prodotto di questo tipo di lavoro corale che ci assorbe ogni giorno con il massimo di passione e di competenza possibili.
Abbiamo un bene prezioso che difendiamo ogni giorno e che ogni giorno voi potete verificare. Questo bene prezioso si chiama libertà. Abbiamo una bandiera che non intendiamo ammainare. Questa bandiera è quella di un Mezzogiorno mai supino che reclama i diritti calpestati ma conosce e adempie ai suoi doveri.  
Contiamo su di voi per preservare questa voce libera che vuole essere la bandiera del Mezzogiorno. Che è la bandiera dell’Italia riunita.
ABBONATI AL QUOTIDIANO DEL SUD CLICCANDO QUI.

Condividi:

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA