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Illustrazione di Roberto Melis

Tempo di lettura 2 Minuti

Dalla storia dell’evoluzione culturale femminile si evince che le parole delle donne non ne rappresentano l’essenza profonda, che è ancora affidata ai silenzi, in quanto storicamente compressa da pregiudizi. Il più antico dei quali ha voluto la donna un essere connaturato al male: fu la prima donna, Eva, a convincere il primo uomo, Adamo, a disobbedire al volere divino, introducendo, così, nel mondo il peccato e la morte.

Su tale primigenio pregiudizio se ne innestarono infiniti altri che formarono la visione maschile della donna, che già la letteratura della Grecia antica ci mostrava come essere irrazionale e ferino, portatore di discordie e morte: Euripide descrive Medea come un’ “indole odiosa e feroce”.

A Roma la si considerava mentalmente debole (imbecillitas mentis), e in Grecia, un campione della democrazia come Pericle affermava che “la virtù più grande di una donna è saper tacere”. Affermazione fatta anche da San Paolo, ideologo del cristianesimo.

Con tali premesse, dunque, quali parole? Sicuramente quelle che si sono modulate sui toni della sopportazione e della condiscenza, e quando uno spirito più ribelle non le concepiva, c’era un prezzo da pagare.

Le parole delle donne hanno sempre recato in sé la forza disperata della necessità della sopravvivenza. E, con l’andare del tempo, quelle della lotta per l’affermazione di sé pronunciate da donne che hanno compiuto un percorso di autoconsapevolezza e, visibili o invisibili, rumorose o silenti, hanno perseverato, e perseverano, nel loro cammino.

C’è da chiedersi quando il maschile affronterà un cammino profondamente conoscitivo che lo metta in condizione di aprirsi a quella che lo studioso junghiano Aldo Carotenuto ha definito la più straordinaria opportunità di arricchimento e apertura che la vita possa offrire, il rapporto, ossia un confronto alla pari con l’Altro.

In un mondo che sta tentando di declinarsi al femminile con il provare a mettere in secondo piano l’esigenza di essere forti, vincenti e dominatori, a vantaggio del vivere insieme all’altro, risulta indispensabile un cammino conoscitivo che stacchi il maschile da quei valori e quegli ideali che non sono dell’uomo in quanto tale, ma del sistema sociale a cui appartiene. Allora finalmente sentiremo dalle donne parole di progettualità, di espressività, di desideri, in un contesto di arricchimento reciproco e, soprattutto, di rispetto.


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