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La Calamita cosmica di Gino De Dominicis

Tempo di lettura 6 Minuti

Premessa. Un artista nato nel 1947, per quanto noto e apprezzato, non vede le sue opere di interesse per il patrimonio artistico Italiano, e quindi suscettibile di valutazione di autenticità, davanti allo Stato, se non quando esse abbiano più di 50 anni di vita. Non è il caso di De Dominicis. Per cui l’inchiesta sui falsi, in nome del popolo italiano il cui interesse debba essere tutelato, è senza fondamento. Falsi di che ? Di opere d’arte “eventuali”. Trattandosi poi di un artista concettuale, le sue opere, per definizione, non escono dalle sue mani ma dalla su mente. Ed è per questo che non ha senso giudicarle rispetto alla loro esecuzione.

De Dominicis divenne noto nel 1972 esponendo alla Biennale di Venezia un ragazzo down, che oggi avrebbe 49 anni di più, e che forse è morto. Dell’opera restano solo fotografie, non riconosciute dalla stesso artista, è il cui valore è solo di documento. Ma oggi una fotografia di quel momento avrebbe sicuramente un valore. Come falsificare un’opera siffatta, e come un’altra opera celebre la “Mozzarella in carrozza” rappresentante una carrozza nera con una mozzarella sul sedile? Sostituire la mozzarella avariata sarebbe un falso ? Carabinieri ignoranti e magistrati mi hanno perseguitato e mi stanno perseguitando, per aver semplicemente autenticato opere appartenenti ad una compagna dell’artista che le ha destinato alcune “opere”. Per le quali, come per qualunque opera d’arte anche antica, nell’interesse esclusivo del proprietari, è legittima la buona manutenzione, e una documentazione fornita da un esperto o da una fondazione di riferimenti. Non esiste un dipinto del 1500 che non abbia una vernice moderna per tenere vivo e fresco il colore, e le perizie possono essere discordanti.

Si tratta sempre di legittime opinioni, come per tutta l’arte antica. Le invenzioni di De Dominicis sono state realizzate da esecutori per rendere visibile l’idea ( vedi l’asta della “Calamita cosmica”). Ma l’opera d’arte è l’idea, e la sua realizzazione è semplicemente una esecuzione. Non è il caso delle perizie che io ho fatto a fronte di disegni indiscutibilmente autografi. Ma tutta la materia non riguarda né lo Stato né alcun collezionista che abbia lamentato la falsità di opere originali, irragionevolmente sequestratate dai carabinieri, semplicemente per favorire un modesto personaggio che pretende l’esclusiva (soprattutto mercantile) sulle opere di De Dominicis). Il mio titolo a valutarne l’autenticità è, come membro dell’associazione De Dominicis, pari al suo. E la libertà delle mie opinioni non può essere messa in discussione da nessuno. Tutte le opere da me periziate sono autentiche.

Come si fanno le perizie di opere d’arte? Non chiedetelo a un critico come me, che ne ha fatte tante. Chiedetelo ai carabinieri, che hanno scambiata per buona, come opera di Leonardo, la Tavola Doria, esposta al Quirinale, ridicolizzando in pompa magna il presidente Napolitano, e ora, a conferma della mia denuncia di una vera e propria truffa di Stato, compiuta da ignoranti funzionari del Ministero, magistrati e carabinieri, esiliata in Casentino, al castello di Poppi (dagli Uffizi che non la vogliono) ed esposta con il nome del pittore più lontano da Leonardo, il minore Francesco Morandini, allievo del Vasari. E che dire del falso Goya, recuperato dai carabinieri di Ancona, in grande spolvero, e sconfessato dalla Soprintendenza?

Dopo i tanti fallimenti sui quadri, i carabinieri, surclassati dalla Guardia di Finanza, sono passati alle false perizie, dimenticando di aver pubblicato, nei loro bollettini, migliaia di quadri con penose e inverosimili attribuzioni. Fino al colmo di perseguire gli esperti, invece di consultarli. Questa volta, con ridicoli e indecorosi appostamenti e inseguimenti, alcuni incompetenti e vanitosi carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale, che fu un tempo guidato da Generali accortissimi come Pio Alferano e Roberto Conforti, sono stati costretti e utilizzati da una magistrata facinorosa e spaesata, per scoprire con quale metodo io elaboravo perizie di opere immateriali, ovvero perizie di concetti. Avete presente l’orinatoio di Duchamp? ecco: qualcosa di simile. Lo si può trasportare su un autobus? Evidentemente sì. Questo dimostra che è falso.

E si può firmare una perizia di un’opera conosciuta, in piedi invece che seduti, in un albergo invece che a casa, con l’assistente in ginocchio, mentre voi rispondete al telefono? L’implacabile foto dei servizievoli carabinieri dimostra che voi state scrivendo cose non vere. Queste le conclusioni di una ridicola indagine che ha portato al sequestro, nel 2012, di più di ottanta opere di Gino De Dominicis, tutte perfette e autentiche, della grande collezione Luigi Koelliker, piena di capolavori, e numerose altre di storici mercanti e amici dell’autore, tutte di certa provenienza, per la denuncia di una erede mai conosciuta, governata da un avvocato senza scrupoli, ambizioso, e non chiamato, con sua rabbia e dispetto, ad autenticare invenzioni e creazioni (spesso immateriali: inutile spiegarlo a giudici, carabinieri e falsi esperti-quelli sì incompetenti), da me e da veri esperti, come Duccio Trombadori e Francesco Villari, conosciute e viste, in case e collezioni. Non trovando l’inesistente falsario, i poveri carabinieri hanno cercato il critico.

E la giudice, che non ha mai visto un critico all’opera, trae scandalizzata le sue conclusioni: «L’operazione di expertise è avvenuta senza una visione diretta delle opere, ma al massimo attraverso una riproduzione fotografica delle medesime, in maniera del tutto inusuale, ovvero nella hall di un albergo, con la richiedente seduta in ginocchio (sic!) di fronte a Sgarbi Vittorio, il quale firma le schede delle opere (sapeste come sto scrivendo quest’articolo, pur logico, seduto sul cesso) che di volta in volta vengono estratte dal raccoglitore… In un frangente (ma no?), viene addirittura ripreso Sgarbi Vittorio che, mentre parla al telefono, continua a firmare, in modo superficiale, senza cura e attenzione, le schede delle opere di De Dominicis».

Veramente incredibile! Deve essere un vizio: anche adesso sto scrivendo, in modo superficiale, mentre cago e tengo d’occhio il telefono, proprio senza cura e attenzione. Eppure l’articolo è buono, come altri scritti nelle stesse condizioni. Più cago, meglio scrivo, caro magistrato inquirente. Peccato che, nella sua presunzione, combinata con l’inesperienza, non abbia conosciuto De Dominicis che, ridendo del suo metodo di indagine, con sorriso beffardo, le avrebbe spiegato il suo procedimento creativo, attraverso le parole di Marcel Duchamp: «Io mi definisco anartista invece di artista, o meglio ancora, respiratore. La mia attività consiste, semplicemente, nel vivere». Poveri, disorientati, magistrati. E ancora: «Cara, io penso che le cose non esistano. Un bicchiere, un uomo, una gallina per esempio, non sono veramente un bicchiere, un uomo, una gallina, sono soltanto la verifica delle possibilità di esistenza di un bicchiere, di un uomo, di una gallina. Perché le cose possano esistere bisognerebbe fossero eterne, immortali. Solo così cesserebbero di essere unicamente la verifica di certe possibilità e diverrebbero cose esistenti… Spero un giorno di prendere un bicchiere, riempirlo di vino e bere, e di portare a passeggio una gallina, ed essere veramente io a farlo».

Non ha nessuna probabilità di essere un buon magistrato chi, dimenticando lo schema di un normale trasloco, si stupisce dell’ovvio: «la presunta opera d’arte sostanzialmente incustodita e senza alcuna particolare cautela viene imbarcata nel vano bagagli di un autobus che da Macerata arriva a Roma». Per il giudice è un «ulteriore suggello dalla inverosimiglianza della autenticità dell’opera», insieme alle valutazioni della più spaesata (mai neanche sentito nominare de Dominicis) consulente della Procura, la stessa Isabella Quattrocchi smentita dai carabinieri del Ros sui dipinti di Modigliani. Cosa dire, allora, di chi sposti, sulla sua automobile, da una casa all’altra, un’opera di De Chirico? che è imprudente o che il dipinto è falso?

Non dovrebbe essere difficile capire, come per un’opera di Raffaello o di Morandi, che le fotografie e le schede da me firmate corrispondevano a opere, e nel caso di De Dominicis, a concetti di opere (mai da lui materialmente realizzate), da me conosciute, e spesso di collezionisti che inviavano le fotografie per farle schedare nell’Archivio. Talvolta avevano avute le opere o i disegni da Gino, quando viveva ancora ad Ancona, ed erano invenzioni allegre e ingenue. Nessuno mi ha mai forzato, o cercato di orientarmi, su una materia familiare e concettuale, e il mio giudizio era, come è, assolutamente indipendente. Nel mio archivio telefonico ci sono foto di opere non periziate perché io non ero convinto, e i proponenti rispettavano le mie riserve.

E dunque, onore ai carabinieri morti. E una piazza a Sutri per il grande brigadiere Mario Cerciello Rega, martire di bestie drogate; ma nondimeno sfiducia a muso duro ai carabinieri approssimativi e impreparati che abusano di intercettazioni e spionaggi di persone oneste.


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