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Mischia tra cavalieri, un ponte e figure isolate, Leonardo: dettaglio di uno studio per la Battaglia di Anghiari (dal sito delle Gallerie dell’Accademia, Venezia)

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Fu un generoso entusiasmo a spingere Matteo Renzi, allora amatissimo sindaco di Firenze, a sostenere, con determinazione, l’impresa impossibile di ritrovare la “Battaglia di Anghiari” di Leonardo, sulle pareti del Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze, un’opera leggendaria ritenuta per lungo tempo distrutta, e poi coperta dai grandi affreschi del Vasari. Sembrava una follia, ma era credibile. E Renzi si affidò a un twitter: “dimostrato che La Battaglia di Anghiari c’è, chiedo al Governo di autorizzarci a modificare le condizioni in cui è. Di tirarla fuori”.

Era il marzo del 2012, e raccolse subito le entusiastiche adesioni di quanti ritengono che Dio è ovunque lo vedono, in una dimensione immanente. E sa chi accogliere e chi respingere. All’epoca si stabilirono opposte tifoserie, e Renzi fu molto ostacolato; dalla sua parte si schierò il formidabile e serissimo diagnostico, Maurizio Seracini, e insieme sondarono e cercarono finché non furono bloccati dalla Sovraintendenza, che era stata sempre ambigua in questo caso, e senza precise convinzioni. La prima idea di Renzi sembrò confortata dal ritrovamento di alcune misteriose tracce, ma non bastarono; e il sogno di Renzi fu infranto.

Eppure non mancavano illustri precedenti, come il ritrovamento degli affreschi di Pisanello in Palazzo Ducale a Mantova, per la tenacia di Giovanni Paccagnini: un miraggio per molti. A distanza di qualche anno, le conclusioni di alcuni studiosi contraddicono l’entusiasmo di Renzi, non per ritenere invasiva la tecnica di ricerca. Bensì inutile. “Una rigorosa rilettura dei dati e dei documenti noti da tempo e di altri nuovi e più recenti” testimoniano che Leonardo da Vinci “non dipinse mai la “Battaglia di Anghiari”, afferma Francesca Fiorani, docente di storia dell’arte moderna alla University of Virginia, durante un convegno agli Uffizi. Con queste nuove ricerche, la domanda è stata spostata da dove fu realizzata a se fu eseguita la Battaglia di Anghiari. Sia in base alle ricerche sulle trasformazioni architettoniche del Salone dei Cinquecento sia in base ai documenti” la “Battaglia di Anghiari” non solo non esiste più, ma nemmeno fu mai realizzata. All’epoca delle ricerche intensive l’Opificio delle Pietre Dure chiese di poter rifare le analisi sui materiali prelevati (che erano stati analizzati da un laboratorio privato) ma questi non vennero forniti perché risultarono scomparsi.

Quei materiali repertati vennero allora magnificati e addirittura si disse che quel pigmento nero sarebbe stato il “nero della Gioconda”. Cecilia Frosinini chiarisce: “si tratta di un’affermazione senza senso, perché per secoli è sempre stato usato lo stesso pigmento nero, da Giotto a Leonardo, a Caravaggio. In realtà non si tratta di materiali pittorici ma materiali murali, di frammenti di muro”.

In risposta, Maurizio Seracini, responsabile della ricerca del 2012 sugli affreschi del Vasari, afferma: “Preferisco non replicare a certe argomentazioni, anzi a certe polemiche, perché io mi considero un uomo di scienza e la scienza predilige il confronto allo scontro. Sono sereno, verrà anche il mio tempo, quello in cui pubblicherò i risultati delle mie ricerche, dal 1975 al 2012, con cui, nei tempi e nei modi opportuno, illustrerò i dati oggettivi emersi e che quindi si potranno discutere in sede scientifica”.

Tutto è possibile, ma è rassicurante che su quei muri non ci sia traccia certa della mano di Leonardo. D’altra parte, rispetto alle comprensibili illusioni, e al di là delle conclusioni degli studiosi citati, per l’altissima considerazione che ho sempre avuto dell’intelligenza e della responsabilità storica di Giorgio Vasari, non troviamo nella sua vita di Leonardo nessun riferimento probatorio.

Infatti, l’artista e grande scrittore manifesta una straordinaria considerazione per Leonardo, delle sue capacità e del suo merito, sia tecnico sia estetico.

C’è in lui affetto e riconoscenza quando scrive “Trovasi che Leonardo, per l’intelligenza dell’arte, cominciò molte cose e nessuna mai ne finí, parendogli che la mano, aggiugnere non potesse alla perfezione dell’arte ne le cose, che egli si immaginava, con ciò sia che si formava nella idea alcune difficultà tanta meravigliose, che con le mani, ancora che elle fussero eccellentissime, non si sarebbono espresse mai”.

E ancora: “E veramente il cielo ci manda talora alcuni che non rappresentano la umanità sola, ma la divinità istessa”.

Un vero e proprio culto, che mi ha sempre fatto pensare impossibile che, di fronte a una pur esigua reliquia della pittura di Leonardo, invece che consacrarla potesse cancellarla e dipingervi sopra le sue storie: una scelta contronatura.

E infatti, a ben leggere il racconto vasariano, sulla impresa di Leonardo a Palazzo Vecchio nella precisione dei dati, non c’è alcun riferimento agli affreschi, o a pitture su muro, ma a un “cartone” …. “nel quale disegnò un groppo di cavalli che combattevano una bandiera, cosa che eccellentissima e di gran magistero fu tenuto per le mirabilissime considerazioni che egli ebbe a fare in quella fuga. Perciocché in essa non si conosce meno la rabbia, e lo sdegno e vendetta negli uomini che nei cavalli”.

La descrizione, come di chi quel cartone ha visto, è minuziosa. Ogni riferimento è al disegno: “né si può esprimere il disegno che Leonardo fece negli abiti dei soldati variatamente variati da lui; simile ai cimeli e agli altri ornamenti senza la maestria incredibile che egli mostro nelle forme e nei lineamenti dei cavagli: i quali Leonardo meglio di ogni altro maestro fece di bravura, di muscoli e di garbata bellezza. L’anatomia di essi scorticandoli lì disegnò, insieme con quella degli uomini, e l’una e l’altra ridusse alla vera luce moderna. Dicesi che per disegnare di getto il cartone, fece un edifizio artificiosissimo, che stringendo s’alzava .et allargandolo, s’abbassava”.

Il solo riferimento alla pittura su muro è evasivo: più un progetto che una realtà compiuta: “et immaginandosi voler a olio colorire il muro, fece una composizione di una mistura sì grossa, per lo incollato del muro, che continuando a dipingere in detta sala, cominciò a colare, di maniera che in breve tempo abbandonò quella”.

Le stesse parole: “mistura” e “abbandono” rimandano a un tentativo tecnico sperimentale e alla rinuncia, lasciando intendere che su quei muri non dovette rimanere traccia del grande impegno nell’invenzione nel disegno di Leonardo. Una avventura conclusa per lui e per noi, non dovendo continuare a cercare ciò che non c’è.

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