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Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini

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Tempo di lettura 6 Minuti

«DOVE siamo?», chiede lui.  «Non te lo so dire», risponde lei.

Sono le prime due battute di “Viaggio in Italia”  film del  1954  diretto da  Roberto Rossellini alla cui scrittura e sceneggiatura partecipò anche Vitaliano Brancati. Lei è una splendida Ingrid Bergman (Katherine Joyce), lui è George Sanders (Alex Joyce). Insieme sono una coppia (in crisi) dell’alta borghesia inglese, sposata da otto anni in viaggio verso l’Italia.

La meta è Napoli – c’è di mezzo la faccenda di una eredità – ma il viaggio si trasformerà in una sorta di terapia di coppia. La sibilla Cumana, il  cimitero delle Fontanelle, Capri, la solfatara di Pozzuoli, il famoso Excelsior di Napoli… Poi la processione lungo le strade di  Maiori. La folla li attornia, li allontana, li divide, li riunisce.

L’epifania di quel viaggio sarà nell’abbraccio di Kate e Alex. Come fosse un disgelo dei cuori. La storia su pellicola di quella coppia – ormai sull’orlo del divorzio ma che trova il modo di guardarsi con occhi diversi grazie a un viaggio – oggi non potrebbe essere vissuta dai due protagonisti. Men che meno l’abbraccio e il bacio durante una processione in un qualsiasi paesino del Sud d’Italia.

Non ora. Non con il coronavirus che ha fatto saltare il banco e ha reso il viaggio un album di ricordi composto da migliaia di fotografie scattate ieri l’altro e soprattutto postate. Basta fare un giro – anche questo virtuale – sui social ed ecco materializzarsi i resoconti di mete e memorie dei viaggi che furono.

Uno sterminato archivio collettivo dove l’umanità ha inserito in rete il racconto personalizzato di luoghi, incontri e stagioni. Di questi viaggi che inondano i social , però, non sentiamo gli odori dei luoghi, non percepiamo l’attimo esatto in cui gli sguardi si incrociano, né i colori delle case o degli alberghi dove siamo entrati, né la meraviglia che ci ha colti davanti alle sorprese che posti nuovi o sconosciuti ci riservano.

Sono resoconti on-line spesso (non sempre) “alterati” dai magici filtri delle chat che – come le polverine colorate con cui i bambini facevano “sbrilluccicare” le letterine natalizie – son capaci anche di trasformare un cielo sbiadito sul far della sera in un tramonto indimenticabile. Un presente da fermi il nostro.

Persino alcuni modi di dire legati alle partenze sembrano appartenere a un lessico lontano. A cominciare dai racconti di ritorno dai “viaggi di nozze” (rinviati a data da destinarsi), continuando col canonico “buon viaggio” che oggi lo si augura sovente a chi si sposta per motivi di salute, necessità o lavoro. Ma il verbo viaggiare non può essere resettato.

Torneremo a viaggiare e forse ci ricorderemo delle parole dello scrittore-viaggiatore, giornalista e fotografo ginevrino, Nicolas Bouvier “In viaggio, la cosa migliore è perdersi. Quando ci si smarrisce, i progetti lasciano il posto alle sorprese, ed è allora, ma solamente allora, che il viaggio comincia”. O, ancora di quelle che Cervantes fa dire a Don Chischiotte: “Nessun limite, eccetto il cielo”. Perché, in fondo “[…] In queste mura non ci si sta che di passaggio. / Qui la meta è partire[…]”, per dirla con i versi di Giuseppe Ungaretti.

Del resto, c’è stato anche un tempo, in cui le cronache dei viaggi venivano firmate da scrittori e giornalisti: Moravia, Pasolini, Manganelli… Erano tempi di carta e viaggi narrati su carta. L’appuntamento era in edicola o in libreria. Di quei reportage potevi immaginare persino la lievità che doveva avere la carezza del vento arrivata in certe sere calde dopo aver camminato e camminato tutto il giorno. Leggendo ci si poteva pure convincere che “Il più bello dei mari è quello che non navigammo…” – per rubare le parole a Hilkmet – mentre cresceva il desiderio di visitare quei luoghi raccontati magnificamente.

Immaginare era forse più importante che andare. Un po’ come per i viaggi immaginifici di Salgari il quale diceva: “Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”. Ed è così che leggendo o scrivendo – comunque, immaginando – si può sempre partire anche senza partire.

Ma, torniamo ai reportage d’autore. “Allora sei stato in India. Ti sei divertito? No. Ti sei annoiato? Neppure. Che ti è accaduto in India? Ho fatto un’esperienza. Quale esperienza? L’esperienza dell’India […] Voglio dire che dovresti sentire l’India come si sente, al buio, la presenza di qualcuno che non si vede, che tace, eppure c’è. Non ti capisco. Dovresti sentirla, laggiù, a oriente, al di là del Mediterraneo, dell’Asia minore, dell’Arabia, della Persia, dell’Afghanistan, laggiù, tra il Mare Arabico e l’Oceano Indiano, che c’è e ti aspetta ”.

Parole precise da “Un’idea dell’India”. Il libro è il reportage di un viaggio fatto da Moravia inviato del Corriere della Sera nel 1961 (Bompiani, 2000). Con lui c’erano Pier Paolo Pasolini inviato del Giorno – che scriverà “L’odore dell’India” (edito Garzanti) – e la moglie, la scrittrice Elsa Morante . Senza arrivare fino in India, ecco “Love Holidays. Quaderni d’amore e di viaggi” (Rizzoli, 2014): due anni di viaggi, scalate epiche, scoperte e amore. Tra il 1934 e il 1935, Fosco Maraini e Topazia Alliata, ventenni e innamorati visitano alcuni dei luoghi più suggestivi d’Italia: dai Laghi al Monte Bianco, dalla Sicilia alla Val D’Aosta, da Firenze alle Dolomiti. Percorrono il Paese, si fotografano e si scrivono lettere, annotando le tappe dei loro viaggi. Il risultato è questo libro illustrato, ricco di fotografie e disegni. Parole, disegni e immagini e viaggiatori come quelli raccontati da Giorgio Pirazzini. Da Erodoto a Marco Polo, da Cristoforo Colombo a Ferdinando Magellano, da Jacques Cousteau a Nellie Bly: la terra non è stata più la stessa dopo di loro si legge nella presentazioni del suo “I grandi viaggiatori che hanno cambiato la storia del mondo” (Newton Compton Editori). Il libro “raccoglie le storie dei grandi personaggi che, con le loro imprese, hanno condizionato la storia. Uomini e donne che hanno aperto nuove rotte e scoperto nuovi territori, ma anche scardinato i meccanismi della vita e della società. Tutti loro, in modo rivoluzionario per l’epoca, hanno cambiato la mentalità delle generazioni a venire e hanno scoperto i segreti del mondo in cui viviamo”.

Uomini in viaggio come Frederick Albert Cook esploratore e medico statunitense che tra l’altro sosteneva di aver raggiunto per primo il Polo Nord, nell’aprile 1908, un anno prima di Robert Peary. Per ironia della sorta ha lo stesso cognome – Cook, appunto – il pastore protestante e imprenditore inglese nato il 22 novembre del 1808 fondatore della prima agenzia di viaggio, la Thomas Cook and Son (divenuta poi Thomas Cook Group). Stiamo parlando di quel Thomas Cook – la cui statua si trova fuori dalla stazione ferroviaria di Leicester, in London Road a Leiceste – considerato l’inventore del turismo moderno. Come dire un operatore turistico ante litteram. Come fece? Presto detto: “Cook pensò di sfruttare la ferrovia, che proprio in quegli anni si stava estendendo all’intero Paese, e propose “il viaggio” come attività ricreativa per le classi indigenti – ricostruisce Federica Campanelli su Focus online – L’avventura iniziò il 5 luglio 1841, quando Cook organizzò la prima gita collettiva in treno da Leicester e Loughborough, al prezzo di uno scellino (un ventino, riferito alla sterlina dell’epoca). Cook pensò a tutto, dai biglietti, ai pasti, all’accoglienza, con tanto di inni religiosi e omelie che invitavano all’astinenza. Un vero e proprio pacchetto “all inclusive”, insomma”. Non solo. “In quanto tipografo, Cook promosse l’evento stampando centinaia di volantini e la strategia funzionò, perché al tour presero parte quasi 600 seguaci della Società di Temperanza. Un risultato senza precedenti, considerando che i viaggi di piacere erano prerogativa delle classi borghesi e aristocratiche”.

Lasciamo Cook e chiudiamo questo “viaggio nel viaggio” con il Grand Tour. L’espressione fu usata per la prima volta da Richard Lassels nel suo “Voyage of Italy” (1670). Ma cos’era il Grand Tour? C’è chi lo ha chiamato – e non a caso – “il viaggio per imparare a vivere” e chi un “pellegrinaggio dell’anima”. Di certo, l’Italia ne è stata la meta per eccellenza.

Poteva durare alcuni mesi ma anche anni. “Viaggio in Italia (1786-1788)” di Johann Wolfgang Goethe ne è probabilmente l’esempio letterario più conosciuto. Non solo lo scrittore di Francoforte però tra i protagonisti delle cronache da Grand Tour. A ricordarli tutti vien voglia di fare le valige. Non ora, però!


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