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Numeri di FMR: la rivista d’arte fondata da Franco Maria Ricci (foto tratta da www.artribune.com)

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Eravamo giovani, avventurosi, sognatori. Franco aveva 45 anni, veloce, fantasioso, curioso. Arrivava e partiva da Parigi. Ci trovavamo nella sua casa in via Giasone Del Maino a Milano. La casa editrice era in via Cino del Duca, in Palazzo Visconti, una bella aria gattopardesca, benché a Milano. Per me una coincidenza perfetta, ero fidanzato di Anna, la nipote di Luchino, in quel 1982. E quello era stato il palazzo della loro famiglia, Franco mi aveva chiamato forse per segnalazione di Federico Zeri o di Leonardo Sciascia. Sapeva tante cose di me, che non avevo ancora vinto il premio Estense per la saggistica, che ero ben lontano dal mondo televisivo, ma davo impazienti segnali di esistenza. A Parma, in particolare, grazie al consulente artistico della Banca Emiliana, Igino Consigli, che mi chiedeva di presentare i suoi libri…

Era difficile immaginare Franco fermo. Ferma restava lei, già allora la parte costruttiva e razionale di lui, Laura Casalis. Una coppia di giovani. Io, certo, ero poco più che un ragazzo, anche se molto attivo, e credo che alla fine venisse proprio da Parma il suggerimento di chiamarmi. Tutto era partito dai libri di Consigli che aveva voluto, per consacrare le sue battaglie, Federico Zeri e me. Furono gli anni della “campagna” di Parma e, al Circolo di lettura, in memorabili serate, i cittadini colti di Parma potevano ascoltare i voli di Eugenio Riccomini, Federico Zeri e i miei, tanto più imprevisti perché io su quel palcoscenico iniziavo la mia vita pubblica di critico d’arte. Così arrivò la chiamata di Ricci che volle spiegarmi la sua idea grandiosa per un editore sofisticato di libri d’arte. Una rivista bella e universale, bella e popolare: FMR. L’idea era grande e ambiziosa. “La rivista più bella del mondo” e, -lui certamente pensava – anche la più venduta. Ne ho viste nascere tante, timidamente, presto naufragate, o con percorsi accidentati. Lui partì con grande rumore. Tutto nella sua mente era chiaro e, sembrerà strano, anche il conto economico. Vedevo in azione, plasticamente, non un cultore o uno studioso ma un imprenditore della bellezza.

Odorava di potere. Di un potere regale, aristocratico. E però non era né quello politico, né quello culturale. Era il paradigma di quello che sarebbe dovuto essere il Ministero della Cultura (da poco rinato in Ministero dei Beni culturali), un ministero economico, anzi il Ministero del tesoro dei Beni culturali, come io avrei pensato di chiamarlo qualche anno dopo, entrato in Parlamento. Ai banchi di partenza io ero uno storico dell’arte, ispettore della Soprintendenza di Venezia, reduce da alcuni anni di insegnamento a Bologna come assistente alla cattedra di storia e tecnica della fotografia. Lui era il più raffinato editore d’arte non solo italiano, con le collane letterarie dirette da Borges, con il sostegno di Manganelli e di Calvino, il contributo di Patrick Mauries, e il lavoro editoriale di Gianni Guadalupi e di Giovanni Mariotti, e la collana monumentale “I segni dell’uomo”. Come ogni parmigiano, sotto Maria Luigia, era un po’ parigino. Era partito dalla ristampa del “Manuale tipografico bodoniano”, ed era arrivato alla ripresa dell’Encyclopedie di Diderot e D’Alambert. Oltre ai rapporti con istituti bancari, aziende e, società, il suo lavoro era quello di grafico, applicandosi a disegnare loghi, manifesti pubblicitari, biglietti aerei. Ma da questi a FMR, la parola d’ordine era una: caratteri bodoniani, oggetti di culto, reliquie viventi, che toccava a lui far rivivere, facendole uscire dal museo che lui aveva duplicato a casa sua, raccogliendo tutti i volumi stampati da Bodoni. Egli viveva con Bodoni, si sovrapponeva a Bodoni, e, parlando con la sua erre strisciata, lo pronunciava lettera per lettera, restituendolo vivo. Intanto FMR, con caratteri bodoniani, arrivava in tutto il mondo.

Dette tutte le parole, la conquista dei suoi, dei nostri obbiettivi, fu un’opera della notte. Ci trovavamo a Milano, tra vetri e bronzi liberty e Deco, e si iniziava a proporre e a discutere gli argomenti per i primi numeri di FMR. L’euforia di quelle notti era la conferma del successo. Lo vedo ancora, quel giovane, sorridere e guardare il futuro. E ancora parliamo con lui in bodoniano.


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