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Il Golgota di Ernesto Lamagna al Mart di Rovereto

Tempo di lettura 3 Minuti

Ho conosciuto Ernesto Lamagna nel 2008, in occasione della preparazione della mostra “Arte Genio e Follia”, successivamente allestita a Siena a Santa Maria della Scala. Me ne aveva parlato, con considerazione, Giulio Macchi, uno dei fondatori e primo regista della televisione, un pioniere, un profeta, che doveva essere amico del più giovane Lamagna, perché a me, che non lo conoscevo e che sono curioso, lo impose nella convinzione che avesse colto in un clown tragico la quintessenza della vita.

Effettivamente la stessa fusione in bronzo del clown aveva una ruvida energia che toglieva ogni comicità al soggetto, per farne sentire la forza e il dolore. Lamagna aveva fatto confluire la brutalità della sua concezione in una ispirazione religiosa concentrata sulla figura del Cristo e della sua disumana sofferenza. Da allora l’ho seguito e ho visto le sue opere, e ne ho organizzato una mostra monografica a palazzo Doebbing a Sutri.

Oggi riappare al Mart, perché in una strana coincidenza, si trovò al posto giusto nel momento giusto. E lì ero anch’io. Alla fine del 2001, per me proprio in dicembre verso capodanno, eravamo entrambi in Afganisthan, io per riaprire la nostra ambasciata a Kabul per conto del governo, Lamagna per insegnare scultura alla Accademia di Herat.

Da quella esperienza deriva la composizione, altrimenti detta installazione, dove la tragedia della morte di Cristo in croce avviene senza croce e davanti a dolenti di altra fede, mussulmani, per i quali, comunque creature, Dio ha scelto il suo sacrificio. Le donne velate non sono diverse dalle pie donne che assistettero alla passione di Cristo, anch’esse velate, perché l’umanità e il dolore non hanno religione, e sono gli stessi ovunque. Una sola Pietà.

Da Kabul andammo a Bamyan per vedere i Buddha, più visibili e presenti dopo essere stati distrutti, come Cristo dopo la sua morte, dentro di noi. Questo intende Lamagna, non contrapponendo ma sovrapponendo due mondi e due religioni, in un solo sentimento e in una sola fede nell’uomo. Dio è uno. Uno nelle religioni monoteiste, e così lo intende, nella sua umana passione, Lamagna. Alle esseniche ricostruzioni di Stefano Sabelli, che ha raccontato il nostro fascinoso viaggio a Bamyan per vedere quello che non era più; e ha letto l’opera di Lamagna in questi termini (convincenti e condivisibili).

  “Pur consunto e scarnificato, monco anche delle braccia, quindi anche impossibile da crocifiggere e che appare piuttosto impalato – come in un supplizio perpetrato da ottomani (non che la crocifissione fosse per questo meno crudele!) – quel Cristo, ormai stordito, colto nel punto massimo del suo dolore, che indica, sì, la fatidica e ultima 9a  ora del suo martirio e del suo trapasso ma pure il principio di una resurrezione, è come tenuto in sospensione da quegli angeli senza ali, che lo circondano e sembrano sfilargli vicino, e andare oltre, senza particolari emozioni.

Angeli realizzati con supporti di vuoti ed essenziali manichini di ferro che indossano leggiadri burqa, che nascondono forse il volto e l’emozione di altrettante Maddalene, che appaiono come senza appoggi, sollevate da terra. Umili ed espiranti angeli senz’ali, discrete testimoni di quel corpo nudo e martoriato, in attesa del trapasso. Un corpo che a quei burqa è vietato toccare e condurre a Sepolcro, ma che si può con compassionevole afflato, aiutare comunque a lievitare a nuova vita”.

E io so che, scoperto e soddisfatto, Lamagna così gli ha risposto: “…bellissimo, un bellissimo scritto. Una affascinante riflessione. Mi hai portato in volo su quelle terre così difficili, su quelle montagne cavernose, ai confini dell’India, sino al Pakistan, e poi, come in un brusco, improvviso risveglio, mi hai riportato nuovamente al mio Cristo, al suo grido afono, senza voce, di ‘devastante umanità’. Un Cristo senza croce, senza braccia, privato della possibilità di abbracciare, di comprendere, sollevato tra filo spinato e ferri arrugginiti, in un nuovo Golgota, tra Angeli ammantati di azzurro cielo, cercando di dare, inutilmente, spiegazione al drammatico mistero della vita”.

Ecco “Herat Ora Nona” è il luogo di incontro di persone e di mondi che hanno culture e storie diversi ma una comune umanità, di dolore, sentimenti, passioni, solitudini.

“Ognuno sta solo sul cuore della terra, trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera”.


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