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Particolare del manifesto della rassegna di disegni “Profeti inascoltati del Novecento”, proposta al Salone delle Feste di Palazzo Imperiale a Genova

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Le voci che ci sembrano oggi più autentiche sono quelle che hanno attraversato il secolo XX, indicandoci percorsi difficili, sentieri interrotti, come profeti nel deserto. Si misurano con loro alcuni artisti, in ritratti a matita che ne interpretano pensieri nascosti, malinconie, turbamenti, sfidando il documento fotografico che ce ne ha consegnato le sembianze, talora, come in Gisele Freund, con un brivido di vita inatteso, per trasmetterci la penombra di movimenti interiori. È una forma di interpretazione che va oltre la parola, un tentativo umile e ambizioso che merita attenzione.

La mostra “I profeti inascoltati”, proposta al Salone delle Feste di palazzo Imperiale a Genova, collega pensatori liberi ed eretici, e spesso ascoltati, conservatori di valori e non di costumi, e di integrità morale che costituisce l’unica forma possibile di pensiero, a disegnatori che ne hanno eseguito il volto, le ansie e le riflessioni, e ad altri scrittori che ne hanno interpretato lo spirito.

Da Junger a Conrad, da Pound a Borges, da Ennio Flaiano a Cristina Campo, da Bernanos ad Albert Camus. Manca inspiegabilmente José Bergamín. Un Olimpo siffatto, e spesso con gli stessi protagonisti, aveva illustrato, impavido, Tullio Pericoli.

Apparentemente nata per rimanere nell’ombra, in una fase di ricerca, la rassegna “I profeti inascoltati” ha favorito l’incontro tra quattro artisti genovesi che nel recente passato avevano preso parte alla mostra “Mai perdute forme del mondo. La persistenza del figurativo in alcune esperienze contemporanee” in Palazzo Ducale.

Visioni di vita diverse, modi di pensare anche molto lontani, che hanno in comune, oltre alla pratica del disegno e della pittura, una vera curiosità culturale. L’arte pretende quella libertà di espressione che personaggi scomodi come Louis-Ferdinand Céline, Hannah Arendt, Filippo Tommaso Marinetti, il cardinale Giuseppe Siri, hanno coraggiosamente e diversamente testimoniato, anche divisi dalle violentissime vicende storiche del Novecento. Il possibile punto d’incontro è la verità delle parole che consente di superare gli schemi ideologici, propri di un tempo che è finito.

Una condizione che li ha fatti uscire da quel pensiero unico che ha guidato generazioni schiave di pregiudizi. Tutto questo conduce i promotori della iniziativa della “Domus cultura”, associazione nata per difendere i valori tradizionali, nella vita come nell’arte, a una considerazione: “dove ha portato quella totale libertà nella quale ormai da quasi due secoli si muovono gli artisti? Scomparso il dialogo e il confronto con la committenza, assieme alla committenza stessa che fu alla base di tutte le grandi opere d’arte che ammiriamo, l’unico punto di riferimento di pittori, scultori è rimasto il mercato. Un’entità amorfa, motivata per sua natura solo dal profitto, che spinge gli artisti a farsi riconoscere talvolta rinnegando il loro talento (qualora lo posseggano) e a muoversi in una direzione prevalente: quella della provocazione perpetua e della dissacrazione ad oltranza: due vicoli ciechi che, tra l’altro, hanno fatto il loro tempo, dal momento che nulla può ancora stupire e tutto quanto era possibile dissacrare è già stato dissacrato”.

Non posso che guardare con attenzione e compiacimento, quindi, i 48 ritratti – accompagnati dagli approfondimenti di apprezzati pensatori e amici come Pietrangelo Buttafuoco, Gianfranco de Turris, Adriano Scianca, Luigi Iannone e altri – di Dionisio Di Francescantonio, Sergio Massone, Vittorio Morandi, formatosi nello studio di Giannetto Fieschi, e Lenka Vassallo, così vivi ed espressivi, lucenti nel buio di un’epoca senza maestri.

Sono tutti testimoni di una destra ideale, ma pensano al centro del mondo, ed esprimono una condizione etica preziosa almeno come il clima. Dove è la Greta Tunberg, nuova Giovanna d’Arco, dei valori morali inquinati dalla letale ipocrisia e dal pensiero unico?


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