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Per favore, sforziamoci di non usare terminologie improprie che, involontariamente, nobilitano l’ignobile. La parola “cultura” prevede consapevolezza di sé e del mondo, crescita morale e spirituale, una ricchezza che non si conta in soldi.

Un tempo la cultura era l’unico modo di elevarsi socialmente. Chiunque abbia ucciso Willy non è “figlio della cultura razzista”, né della “cultura di Gomorra”, di Suburra, dei trapper, perché non c’è cultura nel razzismo, in Gomorra, in Suburra, nei trapper.

Chiunque abbia ucciso Willy è figlio dell’assenza di cultura, è figlio di culturismi e di false ideologie, dell’idolatria del consumo e dello sballo. Se vogliamo togliere potere all’ignobiltà, dobbiamo smettere di abbinarla alla parola “cultura”.

Nessuno chiami “arti marziali” i gesti bestiali con cui Willy è stato ucciso. Nessun’arte, nemmeno quella marziale, prevede di assalire in branco un ragazzino e saltare sul suo corpo inerte. Secondo la mitologia, Marte, dio della guerra, nell’essere allevato, era stato prima istruito nella danza e poi nell’uso delle armi: essere fluidi nel movimento era indispensabile nella battaglia. Confucio ammoniva: “Mai dare una spada a un uomo che non sa danzare”. Oggi quella massima non suona più come un suggerimento tecnico, ma come un avvertimento. Aver appreso la gentilezza dei gesti ci permette di conservare tratti umani anche in guerra; ci fa rispettare l’etica del combattimento; ci impedisce di violare la dignità dell’avversario, mantenendo anche la nostra; ci preserva lo sguardo. Non a caso si dice sempre che la furia è cieca: nasce dal buio e lo alimenta.

Nelle palestre si praticano sport che trasformano i corpi in vere e proprie armi. Non sarebbe opportuno verificare la professionalità, la personalità e lo stato psichico sia di chi insegna sia di chi impara queste discipline?

Alcuni indagati per l’omicidio di Willy sostengono che, al momento della rissa, si trovavano vicino al cimitero a consumare un rapporto sessuale con ragazze delle quali non ricordano il nome. L’impressione che ne deriva è quella di un mondo in cui fare sesso o palestra è la stessa cosa e si va alla ricerca spasmodica dello sfogo. Ci si svuota al punto che non resta nulla dentro: rivestiti da bicipiti, esistono vuoti viventi.


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