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Il logo del progetto “Sento quindi sono” portato avanti alla Scuola popolare di Torbellamonaca

Tempo di lettura 4 Minuti

Esiste un quartiere, a Roma, che si chiama Torbellamonaca. A dispetto del nome, evocativo e pruriginoso, ciò a cui viene associato è tutt’altro che bello: droga, malavita, immigrazione, povertà, disagio, abbandono. Le sue strade, immaginate per ospitare una comunità vivace e integrata, sono lingue di asfalto piene di asperità e buche; le case, grattacieli fatiscenti e strutture abusive che isolano e chiudono, invece di accogliere.

Non si può uscire a fare quattro passi, a Torbella, perché i parchi sono pieni di rifiuti; autobus e metro non servono bene i collegamenti col centro: la metro è troppo lontana, gli autobus sono pochi e non passano mai.

Eppure in questo quartiere, ci sono cuori che pulsano, radici che permettono a questo corpo così malandato di essere curato.

Il centro sociale El Che’ntro – sede di attività solidaristiche da tempo – ospita da un paio d’anni la Scuola popolare di Torbellamonaca, un’esperienza di mutualismo attivo nata dall’incontro di docenti (provenienti perlopiù dalle scuole del quadrante sudest di Roma), studenti e studentesse universitari, docenti in pensione, che si sono uniti allo scopo non solo di aiutare adolescenti in difficoltà con la scuola, ma anche di trasmettere la buona pratica del mutualismo: ciò che imparo, lo insegno a mia volta. In questo modo ci si libera un po’ di quella logica verticista che blocca la posizione di docente e discente in una relazione a senso unico.

Questo clima di scambio e apertura verso una didattica realmente inclusiva e dialogante ha naturalmente fatto emergere, quando da un momento all’altro la scuola ha letteralmente cessato di esistere così come la conoscevamo, una domanda fondamentale: come stanno, cosa sentono questi adolescenti? E noi, che siamo i loro insegnanti, come stiamo?

È nato così il progetto di un laboratorio di educazione sentimentale aperto a giovani e adulti. Il gruppo organizzatore, formato da una decina di insegnanti e da due psicologhe – anche loro impegnate nelle attività del centro sociale – ha cominciato a riunirsi ogni giovedì pomeriggio per dare forma all’idea. Il lavoro di preparazione è stato intenso e profondo, perché prima di tutto abbiamo dovuto chiarire a noi stessi sia come stavamo sia quale fosse il nostro obiettivo.

Sento quindi sono è il titolo che abbiamo scelto di dare a un percorso di cinque moduli – ciascuno articolato in due incontri di circa un’ora e mezza l’uno il martedì pomeriggio –, di esplorazione creativa delle proprie emozioni e dei propri sentimenti attraverso l’arte, la musica, la letteratura allo scopo di dare voce a chi, nel momento della chiusura, non ne aveva più. Inoltre eravamo – e possibilmente ora lo siamo ancora più – convinti che nel sistema scolastico vi sia una gravissima carenza di comunicazione in termini di linguaggio emotivo, sicché studenti e docenti si trovano spesso nell’incapacità di esprimersi, e il danno è, come si vede, incalcolabile. Abbiamo colto un’opportunità che il lockdown ci ha offerto: creare uno spazio di libertà e ricerca laddove non ve ne erano. A scuola, tutti a rincorrere il programma: quando mai si parla di sentimenti?

Abbiamo avviato i laboratori a fine aprile, dopo un mese di preparazione in cui, con l’aiuto delle psicologhe, abbiamo disinnescato certi automatismi per fare spazio anche alla nostra creatività, per smettere la maschera sociale ed essere autenticamente docenti, liberando le “materie” dal loro essere oggetto di mero accumulo quantitativo di contenuti.

Abbiamo immaginato ogni modulo, condotto da uno o due docenti, come un elemento a sé stante; esso si sarebbe sviluppato in un primo incontro di presentazione del tema – un gioco di associazione tra immagini ed emozioni; imparare le regole base della composizione degli haiku; la scrittura come processo di conoscenza di sé; la relazione tra parole e comportamenti – e di “esercizi” da fare insieme seguendo le regole date dalla regia, a conclusione del quale l’assegnazione di un “compito”, avrebbe fatto da gancio per il secondo incontro, di restituzione creativa e confronto.

Tuttavia, fin dall’avvio del secondo modulo ci siamo resi conto che si stava creando un fil rouge che collegava armoniosamente tutti i laboratori come parte di un unico, articolato discorso fatto di richiami e scoperte. Noi stessi ne siamo rimasti colpiti, e ancor di più le ragazze e i ragazzi che vi hanno preso parte: dapprima sparuti e un po’ a disagio, poi via via sempre più numerosi e partecipi. Il nostro sogno è di continuare l’esperienza, di approfondirla e, perché no?, di farla condurre dagli studenti stessi.

Oggi comincia il quarto modulo, e tocca a me. Sono emozionata, perché non so che cosa scopriremo, e ciò mi rende felice.

Dedico questa mia riflessione alla memoria di Rodolfo Longo, un Maestro vero.

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