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Oscar Wilde

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Il moralismo è l’ovvio dei popoli. Non è una delle millemila citazioni che gli si attribuiscono. Eppure gli si addice bene. Si addice a quella che è stata la sua professione principale: essere una celebrità. Un ruolo non facile da reggere in mezzo all’ovvietà quotidiana della società delle Lettere.

Oscar Wilde è nato a Dublino nel 1854 da una famiglia niente affatto comune.

Il padre era l’oftalmologo della regina Vittoria. Quando suo figlio era poco più che un bambino, fu accusato di stupro ai danni di una sua giovane paziente e se la cavò con il pagamento di una penale monetaria. La madre, Jane Francesca Elgee, con lo pseudonimo di “Speranza” declamava i suoi versi in favore dell’indipendenza irlandese; era un’amante dei salotti mondani e una grande pasionaria dei diritti delle donne. Chi conosce la storia di Wilde, avrà già capito da quale genitore il poeta abbia preso: da entrambi, facile. La coppia chiamò il figlio Oscar ispirandosi alla leggenda irlandese di Ossian, colui che è nato nella terra dell’eterna giovinezza. La storia del poeta era dunque già scritta dai genitori alla sua nascita. “Per riavere la propria giovinezza, basta ripetere le proprie follie.”

Ossessionato letteralmente dal bello associato al giovane, Dorian Gray, se non fosse un personaggio letterario, potremmo affermare che è realmente esistito. Si chiamava Oscar Wilde. Vita e letteratura sono imprescindibili. È la prima cosa che si impara di lui quando lo si studia o lo si legge.

Se facciamo un sondaggio scopriremo che l’ottanta per cento dei giovani ha sognato una vita “da artista” dopo aver letto Dorian Gray e il restante venti per cento l’ha realizzata quella vita, certamente sempre dopo aver letto Dorian Gray. Dobbiamo tutto a lui. Meriti e colpe. Come proprio di meriti e colpe è costellata la vita del suo autore.

“Si dice spesso che la bellezza sia cosa superficiale; può essere, ma non sarà mai superficiale come il pensiero. Per me la bellezza è la meraviglia sovrana. Solo la gente mediocre non giudica dalle apparenze: il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile.”

La sua produzione letteraria è stata intermittente ed eterogenea. Un primo volume di poesia uscì nel 1881 ma, oltre a comporre versi, scrisse fiabe e solo quando pubblicò “Il ritratto di Dorian Gray” (1891) fu (s)consacrato al mondo. “Il modo migliore per resistere alla tentazione è arrendersi”. “Il ritratto di Dorian Gray” ruota attorno a questo paradosso selvaggio. Una massima che si contrappone ai modi di una società dominata da una moralità ristretta. Non a caso chi scopre Dorian per la prima volta, scopre l’arte, scopre se stesso e si sente un po’ meno solo.

Il più grande talento di Wilde era la sagacia, un’intelligenza perspicace e immediata che ha prodotto commedie estremamente popolari tra cui “Il ventaglio di Lady Windermere” (1892), “Un marito ideale” (1895) e “L’importanza di chiamarsi Ernesto” (1895). 

Famoso per i suoi studi prima al Trinity College e poi ad Oxford, Wilde ebbe sin da giovane una passione travolgente per i classici, i greci e le loro tragedie in particolare. Lo stesso dramma e la stessa tragedia che hanno nutrito la sua vita privata. 

Si sposò con Constance Lloyd nel 1884, da cui ebbe due figli, ma nel 1891 Wilde iniziò una relazione con Lord Alfred Douglas, soprannominato “Bosie”. L’amore più sofferto della sua vita. Nell’aprile del 1895, Wilde fece causa al padre di Bosie, il Marchese di Queensberry, per diffamazione, dopo che l’aveva accusato di essere omosessuale. Oggi diremmo che era un “gender fluid”, cioè una persona che oscilla le sue relazioni con gli uomini e con le donne seguendo l’istinto amoroso. Ma probabilmente Wilde di fronte a tale definizione ci deriderebbe. Noto per l’audacia dei suoi costumi, violento e raffinato, il suo linguaggio, la sua incisiva verve, appare come la manifestazione di uno spirito consapevole e di un narratore abbagliante, che sperimenta la sincera deflagrazione dell’ipocrisia borghese. Sotto quella corteccia della sua artificiosa e spassionata “raison de vivre”, nascondeva una coscienza lucida e tragica che ebbe modo di esprimersi soprattutto durante la prigionia. Wilde non conosceva i confini tra il ruolo che si era auto-assegnato e ciò che la vita a tutti impone di diventare. Tanti furono gli scandali e i comportamenti ritenuti deviati che portarono poi all’arresto dell’autore nel 1895. Scontò due anni di lavori forzati. Rese esteticamente poetico perfino il processo di diffamazione che subì, durante il quale urlò il suoi versi più taglienti:

«Mente: il suo nome è Vergogna. / Ma io sono Amore, ed ero solito stare / da solo in questo giardino, sin quando egli venne, / inatteso, la notte; io sono Amore verace e riempio / i cuori a fanciulli e fanciulle di reciproco ardore.»/

Poi fra sospiri l’altro mi disse: «Fa’ ciò che vuoi,/ io sono l’Amore che non osa dire il suo nome.»

Mentre era in prigione sua moglie portò i loro figli in Svizzera e adottò il nome di “Olanda”. Wilde terminò la prigionia con la salute irrevocabilmente danneggiata e la reputazione rovinata. La stampa e il pubblico calpestarono quello che avevano portato all’apice. “Il pubblico è straordinariamente tollerante. Perdona tutto tranne il genio.”

Trascorse il resto della vita in giro per l’Europa, spesso era in Italia che adorava per la sua affezione classicista. Dopo aver composto in carcere il “De Profundis”, una lunga lettera ad Alfred Douglas, Oscar Wilde scriverà “La ballata del carcere di Reading”, 1898. Ma ormai è un uomo distrutto, estraneo alla forza carismatica delle sue prime commedie, ancora oggi riproposte in tutto il mondo. A Parigi era solito vagabondare per le strade. Chi lo conosceva, fingeva di non vederlo. Il suo orecchio, a seguito di una ferita al penitenziario, lo aveva reso dolorosamente afflitto. Nonostante un intervento chirurgico, non si riprese del tutto. Era troppo tardi. Wilde si è lasciato andare alla morte, nella miseria e nella solitudine. Morì nella stanza di un albergo a Parigi, nel 1900.

Per capire come mai gli adattamenti di Wilde sono infiniti, guardiamoci allo specchio, chiedendoci: siamo abbastanza giovani, abbastanza ricchi e abbastanza belli da ritenerci soddisfatti? Qualunque sia la risposta, positiva o negativa, di certo l’ha pronunciata già uno dei personaggi di Wilde e dunque è naturale che continui a farlo ancora oggi, in tutte le lingue del mondo. Wilde si può leggere in ogni momento. Per riflettere, per ridere, per piangere, per innamorarsi. Ha dato voce all’intero spettro delle vicende umane. È un genio compreso, questo è stato il segreto della sua immor(t)alità.

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