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Dante Gabriel Rossetti, “La Bien Amada” (1866) - dettaglio

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È sorprendente cosa si sprigiona dall’incontro tra il rigore della storica e il potere fantastico del romanziere. Se poi essi sono figlia e padre, la prospettiva degli sguardi si moltiplica fino a illuminare pieghe nascoste della storia e dare nuovo senso a letture tradizionali e un po’ arrugginite. Questo è quello che hanno fatto Amos Oz e la figlia Fania Oz-Salzberger nel libro“Gli ebrei e le parole”, edito da Feltrinelli. In particolare mi ha colpito il capitolo intitolato “Donne vocali”.

L’occasione per uno sguardo inusuale la fornisce l’interrogativo sull’identità della voce che canta Il Cantico dei Cantici.

E se a cantare, si chiedono, fosse una donna, Abisag la Sunamite? Il testo contiene, come è noto, alcuni tra i più belli e intensi versi d’amore, gli unici contenuti nella Bibbia. “Mi baci con i baci della sua bocca, certo il tuo amore è migliore del vino” (Cantico 1, 1-2): davvero è credibile che siano detti da Salomone? Supponendo che provengano da una donna, il testo avrebbe più senso. Linguisticamente, la struttura del titolo lo consente. Recenti studi hanno dimostrato che, a sostegno di questa ipotesi, poggiano non solo le fantasie del romanziere, ma anche dati accettabili pure dalla storica. Seguendo questa proposta interpretativa rivoluzionaria, il testo si muove a partire da un assunto metodologico che non pretende di ristabilire la verità storica, anche perché non si sa con certezza quale sia l’identità del poeta. Che sia esistita – che abbia lasciato una traccia tanto importante – una voce poetica femminile getta un nuova luce sulle altre voci femminili e sul loro persistere, nonostante una tradizione patriarcale e misogina abbia fatto di tutto per soffocarle. Queste voci meritano di essere ascoltate cantare.

L’intento è di usare l’ambiguità linguistica della voce poetica come lampada per illuminare una storia lasciata nel silenzio, trafficando coi significati dei versetti, mutuando la prassi rabbinica cioè, ma con l’intento di “leggere in cerchi sempre più ampi intorno alla citazione, [senza] estrapolarla dal contesto”, che è esattamente il contrario di quanto fanno frange ultraortodosse per “escludere o zittire”. Da questa prospettiva emergono, splendide e maestose, le donne della tradizione ebraica: donne portentose e dotate di voce. Esse non solo compaiono, distinte grammaticalmente, in occasioni in cui l’intero popolo è chiamato a partecipare, come per esempio il passaggio del Mar Rosso, in cui maschi e femmine cantano insieme. Ma non è tutto qui: “si intravedono una grammatica e una trama alternative che fanno capolino” anche fuori della dimensione del canto. È vero: le donne, nella tradizione biblica e talmudica, sono discriminate, e questo è. Ma non è stato possibile metterle a tacere tutte. E su questi barlumi offuscati si posa il nostro occhio, affinché ricevano luce e vita dallo sguardo.

Eccole, allora, le donne. Chiamate per nome, protagoniste di libri come Rut ed Ester. Seguiamo la storia di queste donne, che sono poche è vero, ma sono storie fondative. Yemimah, la più grande delle figlie che Giobbe ha dopo la sua rinascita, riceve un dono che le attiva un nuovo cuore: “e le parole che pronunciò-il vento le scrisse sul suo vestito”. La donne bibliche, proprio mentre svolgono il compito di assicurare la continuità della tradizione, diventano agenti potentissimi di innovazione. Esse esprimono la capacità di “resistenza culturale”: facendosi, come Tamar, custodi della continuità anche in situazioni terribili, esse diventano madri di memoria. Madre di tutte loro è non Eva ma Lilit, incarnazione della passione e del fuoco che la tradizione hanno cercato di marchiare come demoniaci o di trasformare in aeree metafore. Sara, Rebecca, Iocheved, Miriam, Debora, Tamar. Madri e mogli di fondatori che a loro devono la vita. Madri, non mamme. Custodi della tradizione, promotrici dell’identità, salvatrici. Tutte donne che parlano, dicono, sfidano, cantano.

E generano per ricordare. Certo, su questa strada incontriamo la tremenda yiddishe mame che rinuncia al figlio, offerto a Dio con il quale si sente in diritto di discutere da pari a pari. Che poi il figlio viva schiacciato da un senso di colpa perenne, è un’altra storia. Queste madri così dedite ai figli sono donne che, per portare in alto i loro figli, diventano sapienti: studiano, leggono, discutono, infrangono i divieti, coltivano la speranza attraverso la memoria della continuità. E questo all’interno di un mondo misogino che non ha privato le donne della parola. “Le parole diventavano testo. E una volta pubblicato, si tramandava in perpetuo”. Emergono così, appassionate, le parole di donne che – se non hanno materialmente scritto – sono state l’anima di una tradizione che ha trasmesso, insieme alla vita del corpo, la vita dell’anima e dello spirito.

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