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Eugenio Montale nella sua casa milanese

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L’ultima tendenza dell’editoria: raccogliere e pubblicare le dichiarazioni rilasciate in vita dai grandi autori del passato. Intervista a Francesca Castellano, curatrice dell’opera su Montale, frutto di un lavoro di ricerca durato quindici anni

Se utilizziamo l’espressione “il male di vivere” al fine di connotare più che un disagio, un allarme esistenziale, bisogna riconoscere la paternità del pensiero a Eugenio Montale (Genova, 1896 – Milano, 1981). Pittore amatoriale, baritono mancato a causa della morte del suo maestro che gli silenziò la carriera lirica, è ricordato come uno dei poeti più indispensabili del Novecento italiano.

Nato il giorno della scoperta dell’America, Montale fu l’ultimo di sei figli.

Appartenuto all’attiva borghesia ligure, non aveva alcuna velleità letteraria; la musica di Debussy e la lettura dei simbolisti furono un propellente per la svolta poetica.
Chiamato alle armi nel 1917, ricoprì il ruolo di ufficiale di fanteria: per Montale fu una guerra di posizione. In ricordo di quel periodo aveva fissa l’immagine di una pioggia di schegge pericolose in aria.

Grazie a Piero Gobetti fu pubblicata la prima raccolta intitolata “Ossi di seppia” (1925). Due anni dopo si trasferì a Firenze, svolse il lavoro di segretario presso l’editore Bemporad, frequentò il circolo artistico delle Giubbe Rosse, scrisse sulla rivista Solaria, divenne direttore del Gabinetto scientifico-letterario Vieusseux. In seguito fu licenziato perché nel 1938 non si iscrisse al Partito fascista. 

Nel Dopoguerra il poeta ligure aderì al Partito d’Azione ma rimase una parentesi deludente.

Nel 1948 si trasferì a Milano come redattore del Corriere della Sera grazie alla stesura di un articolo svelto e brillante riguardo l’assassinio di Gandhi. Si occupò particolarmente di critica letteraria e musicale. Nel 1975 ricevette il premio Nobel per la letteratura. Morì a Milano un mese prima di compiere ottantacinque anni. Sarebbe didascalico elencare le successive opere poetiche dell’autore, sarebbe pretenzioso e anche riduttivo ingrossare le fila della critica dipingendo un ennesimo ritratto di Montale. L’invito alla lettura di questo poeta può essere condotto attraverso una strada anomala, quella delle interviste, un modo per conoscere l’entroterra di uno scrittore, apprezzarne la chiarezza, senza reiterate elucubrazioni e pensose interpretazioni esterne. Quest’anno sono stati pubblicati due volumi fondamentali intorno alla figura di Eugenio Montale intitolati “Interviste a Eugenio Montale (1931-1981)” per i tipi di SEF (Società Editrice Fiorentina).

Sento al telefono Francesca Castellano, curatrice delle suddette opere e ricercatrice presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Firenze. La sua devozione verso il poeta è limpida, nella sua voce si avverte la rara sensibilità della studiosa, non c’è traccia di alcuna posa accademica.

La responsabilità di curare parte dell’universo montaliano richiede tempo, attenzione e illimitata concentrazione. Com’è riuscita a sostenere un tale peso?

«Questo progetto editoriale ha richiesto una ricerca durata quasi quindici anni. Le persone che mi hanno sostenuto attraverso la fitta ricerca bibliografica e che mi hanno appoggiato a livello morale sono state Bianca Montale, la nipote di Eugenio, Franco Contorbia e Stefano Verdino, entrambi professori di Letteratura nel dipartimento di Italianistica dell’Università degli Studi di Genova, e Anna Nozzoli, professoressa di Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi di Firenze. Ringrazio loro per l’intensa collaborazione creatasi».

Nell’introduzione del primo volume scrive: «Nel corso del Novecento il dialogo con gli scrittori conquisterà sulle pagine dei giornali uno spazio sempre più ampio e considerevole (soprattutto tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta), divenendo ben presto un vero e proprio genere letterario autonomo, teso a delineare un profilo d’autore in grado di restituire ai lettori un’immagine “viva” del personaggio […]». Crede che oggi questo genere stia prendendo nuovamente forma?

«Assolutamente sì, già è accaduto con Calvino con il libro intitolato “Sono nato in America…Interviste 1951 -1985” (Mondadori). Le interviste fanno parte della letteratura, sono un modo di raccontarsi sotto un’altra angolazione, offrono connotazioni più umane, ci sono peculiarità specifiche dell’autore da considerare in primo piano. Montale fa di sé un autoritratto molto sorvegliato, pur essendo l’intervistato conduce lui l’andamento dell’intervista, qui si nota la sua notevole qualità di giornalista. Si scopre anche una voce inusuale del poeta, quella dell’impegno civile molto profondo, vedi il commento al delitto Moro. Questi volumi tuttavia rappresentano solo una raccolta di partenza, ci sarebbero molte più testimonianze, in questo momento offro una nutrita galleria iniziale, ma bisognerebbe catalogare altre centocinquanta interviste tra tivù e radio. Sono altri mezzi di comunicazione rispetto alla parola scritta, è una strada diversa, ancora da percorrere».

Tra le innumerevoli domande poste dai giornalisti, lei che cosa avrebbe chiesto a Montale?

«In verità ci ho pensato molto ma non ho ancora formulato una domanda ben definita. Perlopiù curiosità esegetiche intorno a poesie come “Iride”, rovelli, io so che avrebbe risposto che i poeti non spiegano le proprie poesie, sarei rimasta con un pugno di mosche, ma è giusto che sia così».

Quando le ho detto che Montale è uno dei più grandi poeti del Novecento italiano, lei mi ha dolcemente rettificato, affermando “il più grande”, come mai?

«Dopo D’Annunzio credo che Montale sia l’autore che abbia rinnovato davvero la poesia italiana, muovendosi sapientemente all’interno della tradizione, in questo c’è la grandezza del poeta. È ancora un contemporaneo».

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