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Marc Chagall, “Paesaggio blu” (1949) - Particolare

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La scorsa settimana, in rete e sui giornali, imperversavano le mappe elettorali in cui i due colori (rosso ricondotto ai Repubblicani e blu ai Democratici) spaccavano in due gli States. Se oggi dovessi associare la vittoria ad un colore penserei al blu, al blu della cravatta di Joe Biden, con cui si è presentato in tivù durante l’ultimo confronto con Donald Trump, il presidente uscente degli Stati Uniti. Giornate nere per il tycoon newyorkese che si ostina a rifiutare la sconfitta in merito alle recenti elezioni presidenziali, tuttavia la giornata più nera, o meglio blu, uguale per tutti, cadrebbe ogni anno in un lunedì di gennaio. Si chiama Blue Monday e secondo l’immaginario collettivo sarebbe il giorno più triste dell’anno e acuirebbe le ansie e le preoccupazioni di ognuno diffondendo irrimediabile sconforto.

Anche il blues, il genere musicale nato dai canti afroamericani nei campi di cotone, deriva dalla locuzione inglese to feel blue, ovvero «sentirsi malinconico», il termine si è allargato su altri spazi, come quelli della medicina, il fenomeno del winter blues sta a indicare la comparsa della depressione stagionale e l’abbassamento del tono dell’umore quando le giornate si accorciano. Il campo degli alcolici vanta un modo di dire inglese coniato nel XVIII secolo, è il blue devils  (diavoli blu), usato per indicare le costanti allucinazioni visive che possono accompagnare una straziante astinenza dall’alcol. Secondo alcuni esperti la relazione tra  blu  e  alcol  potrebbe nascondersi dietro l’emanazione delle “leggi blu”, che ancora vietano la domenica la vendita di alcol in alcuni stati degli Usa.

Ma il blu ha un risvolto particolare, non sempre è stato collegato allo stato malinconico, a volte anche alla meditazione, il grande scrittore Walter Benjamin si chiedeva se l’azzurro fosse il colore delle idee. Il pensiero è che questo colore, dalla filosofia greca alla metafisica, potesse stare in alto, sopra la Terra, raggiungendo le vette dell’Ideale, e fosse la prima cosa vista dall’occhio umano guardando in su.

Nel Timeo di Platone è messa in risalto la vastità dell’azzurro come chiaro Insieme da cui dipendiamo: «La specie di anima che in noi è sovrana bisogna interpretarla nel senso che la divinità l’ha attribuita a ciascuno come un demone, che noi diciamo risiedere alla sommità del nostro corpo, affermando con pieno diritto che ci solleva dalla terra verso la parentela con il cielo, perché noi siamo una pianta celeste, non terrena: lì infatti, donde l’anima trasse la sua origine, la divinità, appendendo la nostra testa e radice, mantiene eretto tutto il corpo».

Il celebre alchimista Paracelso affermava che la volta del pensiero dovesse imitare la volta celeste, il poeta Antonio Telese, nonno dello storico filosofo calabrese Bernardino, in barba ai rigidi trattati sui colori che il più delle volte esordivano con il bianco, apriva il suo volume intitolato De coloribus con il caeruleus: «se la Natura stessa non vi trovasse il più alto godimento, non ne avrebbe mai fatto la dimora degli dei». Un colore che lega psychè e lògos, anima e indagine, laddove il pensiero si fa immagine e la paura si fa meraviglia della scoperta, in francese la paura si dice blu: «j’ai une peur bleue» (ho una paura blu). Il blu anche simbolo di iniziazione del mistero: nel mito di Persefone, la dea è attratta da un giacinto azzurro e poi rapita da Ade perché diventasse sua sposa.

Se nel caso precedente il blu indicava la paura come l’anticamera della sete di conoscenza, in epoca romana godeva di pessima fama. Il suddetto colore era associato ai barbari che si imbrattavano il corpo con il guado per camuffarsi al meglio durante gli agguati. A partire dal XII secolo il blu ebbe il suo riscatto simbolico, l’azur dominò le stoffe e i drappi dell’alta nobiltà, come pure nella letteratura medioevale l’ingresso in scena del cavaliere in blu rappresentava i valori di lealtà e fedeltà. La pittura religiosa cambiò colore al manto della Vergine, da bruno a blu, i lapislazzuli blu sono incastonati sui fondi d’oro degli affreschi, il blu diventa il colore della regalità: i vestiari di Cristo, degli angeli e della Vergine sono tinti di azzurro.

Il Picasso del primo Novecento capovolse il significante del blu attraverso la nuova posizione monocromatica denominata appunto “Periodo Blu”. La molla psicologica scattò mesi dopo la morte del suo caro amico: «Fu proprio pensando alla morte di Casagemas che cominciai a dipingere di blu». Carl Gustav Jung, il riferimento massimo della psicologia analitica, diede un’interpretazione decisa del determinato momento che stava affrontando l’artista spagnolo, definendo il suo periodo triste e doloroso come una discesa agli inferi. Il blu divenne sinonimo di tormento.

Bisognava attendere certa musica leggera degli anni Sessanta e Settanta perché il blu potesse esplodere di luce propria. Nel blu, dipinto di blu (1958), canzone scritta da Franco Migliacci e interpretata da Domenico Modugno, rappresentò un inno alla libertà, un volo senza lacci – forse complice l’ispirazione ai quadri di Chagall –, un desiderio assoluto di vivere senza preoccupazioni: «Penso che un sogno così non ritorni mai più / Mi dipingevo le mani e la faccia di blu / Poi d’improvviso venivo dal vento rapito / E incominciavo a volare nel cielo infinito / Volare oh, oh / Cantare oh, oh, oh / Nel blu dipinto di blu / Felice di stare lassù […]». Un altro brano popolare che irruppe nel cuore degli italiani fu Ma il cielo è sempre più blu (1975) del cantautore Rino Gaetano, il quale attraverso un elenco copioso di disgrazie quotidiane e di personaggi verosimili delle classi sociali che affollavano il Paese, dal borghese qualunquista al proletario in rivolta, nonostante tutto, malgrado ciò, cantava a squarciagola: «Ma il cielo è sempre più blu».

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