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Illustrazione di Roberto Melis

Tempo di lettura 5 Minuti

La gola sembra un vizio anacronistico. Ha senso parlarne oggi come qualcosa di peccaminoso? Nell’immaginario collettivo evoca pantagrueliche crapule medievali, smodati bagordi aristocratici all’ombra di possenti mura, mentre fuori il volgo si trascina famelico, fetido e straccione, ingurgitando putrescenti avanzi e tozzi di pane secco, nel migliore dei casi. E in realtà, nella cultura medievale che lo codificava come gravemente immorale, la componente di sperequazione sociale che la gola esprime rappresentava un elemento determinante: la giustapposizione di smodatezza e lascivia dei pochi alla faccia della disperata povertà dei molti strideva e invocava condanne, anatemi, inferi.

C’è poi una componente più prettamente teologica. Ma questa è essenzialmente invariante o sfumatamente variante nei vari peccati “corporali”: si tratta della dimensione ossessiva di dipendenza. È, se vogliamo, il cuore immateriale dei peccati materiali: il chiodo fisso conficcato al centro dei pensieri, la morbosità seriale, l’inseguimento della voluttà che depriva la persona di controllo, di equilibrio, di “ordine”, e la allontana da Dio (e dalla chiesa). Da questo punto di vista un oggetto di desiderio incontrollabile vale l’altro. E il discorso non è dissimile nella tradizione laica di elogio della misura e della sobrietà e di speculare riprovazione dell’eccesso. Non fa molta differenza che si tratti di sesso o di cibo o di denaro o di gioco d’azzardo o di Tik Tok: ciò che è “peccaminoso” (sul versante teologico) o destabilizzante e riprovevole (sul versante civico) è l’ossessione in sé. Perfino l’atten

In ogni caso, vale la pena ricordare come in tema di perequazione alimentare anche la nostra epoca non sia un bell’esempio. Su scala planetaria è andata crescendo negli ultimi decenni una bipolarizzazione malnutrizionale, per la quale molti, in molti Paesi, mangiano troppo e molti, in molti Paesi, mangiano pochissimo. E quasi tutti, in tutti i Paesi, mangiano male. Nelle nazioni ricche, l’ingordigia e l’abbuffata non connotano più i comportamenti alimentari delle classi agiate, ma si sono impadronite della “gran massa”. Nel mondo di oggi il vero peccato è lo spreco alimentare.

Ma forse perfino peggio è lo “spreco metabolico”: lo sbilanciamento tra calorie ingerite e calorie consumate che fa si che l’energia assunta in eccesso non solo siano uno spreco (e un’ingiustizia nei confronti di chi non ha come nutrirsi) ma anche un danno per sé (con enormi ricadute in termini di salute pubblica, per altro. Ingurgitare tonnellate di cibo, che si tratti junk food o delikatessen da gourmet, equivale ad una lenta autodistruzione di sé e del pianeta (vista l’insostenibilità ecologica dell’attuale modello alimentare globale). È questo il vero peccato deprecabile, ammazzarsi di cibo, più o meno consapevolmente (come nella grottesca, iperbolica e indimenticabile pellicola di Marco Ferreri, “La grande abbuffata”).

Ma esiste, soprattutto oggi, un’altra dimensione della gola che – per certi versi – si acutizza nella cattività, e nel lockdown: è quella fantasmatica, della medializzazione e della spettacolarizzazione del cibo come fatto estetico e di moda. È una brama di rappresentazione del cibo più che del cibo in sé, una gola smaterializzata, trasfigurata, svincolata dagli aspetti tattili e gustativi e che si esprime attraverso la dimensione visiva e voyeuristica. La gola di oggi è questo turbinio incontrollabile di discorsi, narrazioni, performance di cuochi e chef e stelle e impiantamenti e planetarie e anici stellati e doubanjiang e bottarghe e miso e alghe kombu e katsuobushi (che 10 anni fa se uno te lo diceva al minimo gli mollavi una sberla, per sicurezza).

Uno degli effetti è una gourmetizzazione (spesso illusoria e vuota, quando non farlocca) del cibo ad ogni livello ( panini gourmet, pizze gourmet, patatine in busta gourmet…). La grande abbuffata è discorsiva, immaginifica e ha progressivamente destrutturato il nostro rapporto con il cibo lasciando sul campo quel caos alimentare che, già alla fine degli anni ’70, Claude Fischler aveva ribattezzato (in modo secondo me efficacissimo) «gastro-anomia». Un intero universo di gola per proiezione, di sapori narrati, descritti, eroticizzati in TV, blog, siti web, social network, giornali, riviste, libri: una gastromania (per usare il neologismo di Gianfranco Marrone). E molti sostituiscono l’ossessione del mangiare con quella di fotografare il cibo per condividere la sua immagine con gli altri, a distanza. Un gastro-distanziamento fisico che, per altro, ben si adatta a tempi pandemici…

Tutti i sensi e i vizi tendono ad essere smaterializzati e a concentrarsi sulla preminenza della vista e della fruizione a distanza. Lo scenario covidico rappresenta l’estremizzazione di tendenze già da tempo in atto. La nostra è una società pornografica – come insisteva a dire Jean Baudrillard – nel senso si una sovraesposizione oscena di ogni oggetto, corpo, soggetto. Tutto deve essere mostrato, esibito, illuminato, ingrandito, es-posto in ogni suo minimo dettaglio. Non a caso si parla di “food porn”: la cura del corpo, le maggiorazioni, le esagerazioni, le sovraesposizioni del “porno” le ritroviamo nel voyeurismo del piatto (in Italia negli ultimi anni il concetto è stato divulgato e sviluppato in particolare da Luisa Stagi, “Food porn: L’ossessione del cibo in TV e nei social media”, (EGEA, 2016).

Nella società digitalizzata, i vizi, quelli “materiali” in particolare, convergono sempre più verso un vizio elettronico unico, quello della smodata addiction all’oscenità del visibile. Gola e lussuria, e-lust (e-lussuria) e-gluttony (e-gola), in fondo, non sono mai state più vicine e sovrapponibili di adesso. E come accade per il porno sempre più, milioni, miliardi, di individui, fisicamente distanziati, vivono per proiezione i loro vizi dalla poltrona di casa, godendo di performance che non saranno mai in grado di realizzare, piatti che non cucineranno mai e, nella maggior parte dei casi, non assaggeranno mai, magari rimpinzandosi di junk food. Le multinazionali alimentari progettano e producono cibi in grado di procurare al consumatore il “bliss point”, il punto di beatitudine: la combinazione (commercialmente) perfetta di sale, zucchero e grasso, capace di indurre un piacere palatale che genera dipendenza (l’anima di ogni vizio, il quid che tramuta peccato il peccato in vizio). In fondo, a pensarci, si tratta di una democratizzazione della gola, di una massificazione dell’ingordigia. Non è più un vizio aristocratico, ma di massa. Miliardi di persone isolate che si ingozzandosi con ingordigia di patatine di Cracco, come oche da fois-gras, mentre ammirano Heinz Beck che presenta il “piatto perfetto” che non mangeranno mai.

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