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Rocco di Montepellier nasce in Francia, nel 1345 o forse nel 1350. Nasce da genitori ricchi e ormai anziani: la sua nascita pare essere per i due una grazia, un miracolo. Rocco nasce con una croce rossa sul petto: segno e destino.

L’educazione che riceve è profondamente cristiana: la madre lo indirizza verso l’amore per Maria Vergine, verso gli ultimi tra gli ultimi. I genitori muoiono, a poco tempo di distanza l’uno dall’altra, quando ha appena vent’anni. Giovane e orfano segue le orme di San Francesco: abbandona ogni bene e parte, pellegrino, verso Roma. E come ogni pellegrino del suo tempo giunge ad Acquapendente, piccolo paese in provincia di Viterbo. È il luglio del 1367. Nella zona la gente scappa o muore per la peste: il giovane francese rimane e benedice, cura gli appestati, vive tra i malati fino a quando l’epidemia cessa. Poi si sposta e Roma, presso l’ospedale del Santo Spirito, e verso l’Emilia Romagna dove la malattia ancora non concede tregue a uomini e donne. Continua a prestare conforto e assistenza agli infetti, soprattutto a quelli soli e abbandonati.

La peste, però, non risparmia neanche lui: scopre di essere contagiato mentre è sulla via del ritorno per la Francia. È a Piacenza e quindi qui, debilitato, si ferma: sono passati intanto quattro anni dal suo arrivo in Italia, è il luglio del 1371. Si ritira in una grotta vicino a Sarmato, sul Trebbia, lungo la via Francigena.

Solo, lontano e malato riesce a non morire di stenti grazie a un cane. L’animale porta a Rocco del pane, ogni giorno, nel suo rifugio sul fiume. Viene trovato e soccorso dall’abbiente padrone del cane salvatore. Si tratta, probabilmente, di Gottardo Pallastrelli. Il nobile, signore del castello di Sarmato, non lascia Rocco fino alla sua guarigione e, tramortito dall’esempio e dal carisma del futuro santo, si sbarazza delle sue ricchezze; diventerà, a sua volta, pellegrino.

Rocco, guarito, prosegue il proprio cammino verso casa.

Alcune fonti dicono sia tornato infine nella terra natale, altre che si sia fermato a Voghera. Trasfigurato a causa della malattia viene accolto con timore e diffidenza, è sospettato di essere una spia e condotto in carcere senza processo. E in carcere l’umile servitore di Gesù Cristo trascorre anni duri e solitari e si abbandona pian piano e volontariamente alla morte. La sua ultima notte è quella tra il 15 e il 16 agosto, l’anno è incerto (è il 1376 o il 1379).

Riconosciuto solo per quella croce rossa sul petto che ha portato per tutta la vita, viene pianto da un intero popolo pentito e affranto. Accanto al corpo, una tavola con l’iscrizione: Chiunque mi invocherà contro la peste sarà liberato da questo flagello.

Non ci sono notizie certe, a riguardo, ma probabilmente la sua canonizzazione è avvenuta nel 1414 durante il concilio di Costanza: proprio in quei giorni la peste era tornata, violenta e implacabile, a sterminare.

Il suo corpo viene seppellito a Voghera, poi trasferito a Venezia nel 1485 e in Lombardia restano solo le ossa di un braccio. Oggi le reliquie del Santo si trovano distribuite tra Roma, Torino, Genova, Satriano di Lucania, Montelupo Fiorentino, Grisolia.

Pregato e invocato per ogni pestilenza che si è verificata dopo la sua morte, oggi San Rocco è patrono degli emarginati, dei prigionieri e degli animali, dei pellegrini e dei volontari, di centinaia di città sparse per il mondo. Ed è sempre il santo francese a essere pregato e invocato per ottenere protezione di fronte alle calamità naturali e alle epidemie, alle malattie di ogni genere che piegano e terrorizzano l’uomo.

Le tradizioni popolari legate al culto del santo e taumaturgo sono numerosissime, la maggior parte si tengono ad agosto.

A Cariati Marina e Trebisacce, ad esempio, la statua del pellegrino francese viene trasportata per una processione sul mare a bordo di un peschereccio.

A Cineto Romano alla processione segue un’asta: nella piazza del paese viene scelto il “santaro”. È il santaro a custodire, nella propria casa, la statua di San Rocco e progettare festeggiamenti e omaggi dell’anno seguente.

A Chieri nella domenica delle Palme si benedicono le campagne, si prega contro le catastrofi naturali.

A Grisolia le donne camminano scalze seguendo il santo: sul capo hanno stecche di legno con fiori, nastri, candele.

A Marigliano, invece, i fedeli in processione camminano e pregano lungo le mura della cittadina: lungo le mura si trovavano i lazzaretti allestiti per i malati della peste del 1656.
A Palmi sfilano, dietro al santo, gli spinati: per grazia chiesta o ricevuta si va in processione vestiti di una cappa di spine e rovi. In quasi tutte le rappresentazioni iconografiche il Santo ha sulla coscia il segno, la piaga, che la peste ha lasciato sul suo corpo; a volte le mani sono deformate.

In questi giorni i paesi, da Nord a Sud, ne espongono le effigi venerate e sacre. Alcune piccole chiese sono state riaperte: si chiama il Santo che guariva gli appestati, in cerca di intercessione e consolazione e senza aspettare agosto, le feste organizzate. Sono preghiere solitarie, non ci sono piazze e strade da riempire con la banda e con la preghiera fatta di voci sovrapposte.

Sono i giorni della vita lenta nelle case, della tragedia che non sapevamo potesse essere anche collettiva in una maniera così prossima, così reale.

C’è “Un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare. Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci” (Qoelet 3, 3-5).

E in attesa che sia di nuovo il tempo della costruzione, della risata, del ballo, della raccolta e dell’abbraccio possiamo solo cercare di vivere in quel perimetro, dai contorni sfumati, che è la condivisione da lontano di ciò di cui siamo fatti: anche l’incertezza, anche lo smarrimento, anche la speranza e la paura.

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