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UN filo sottile lega la resurrezione e la redenzione. Mentre la resurrezione ha del divino e per il cristiano è una speranza, la redenzione è un percorso spirituale verso la liberazione dai terreni fardelli e può rappresentare per tutti gli uomini una ricerca quotidiana, una sfida, un lavoro costante su se stessi.

La volontà di riscatto dall’infelicità, che troppo spesso ci si auto-provoca, e dall’ignoranza, nella quale ci si crogiola rimandando all’infinito la scoperta di impellenti verità, non modifica il cammino dell’uomo se e quando si lascia travolgere e trascinare via come foglia sulla superficie d’acqua di un fiume in piena. Allora perché festeggiare l’ennesima Pasqua, quando ci si può occupare ciascuno della propria Pasqua, della propria salvezza, della propria liberazione?

L’episodio simbolico che si svolge a lato della croce di Gesù è l’esempio originale. Punto di riferimento per quanti aspirino a salvarsi proprio in questo momento di forte disorientamento delle coscienze.

Non è il racconto di un supereroe, né di un santo, seppure risulta canonizzato. È il racconto degli ultimi istanti di vita di un povero diavolo, della sua spiritualità, della sua redenzione. È l’evidenzia di come sia possibile trovare la libertà nella fiducia in se stessi e nella determinazione ad oltrepassare le apparenze.

L’episodio, che sottolinea l’enorme possibilità spirituale umana colta nel punto estremo, nell’attimo prima che il corpo cessi di respirare, accosta la redenzione dell’uomo alla resurrezione di Gesù. Dopo la morte, infatti, Gesù risorge mostrandosi agli Apostoli con il corpo che ancora porta i segni della tortura e del supplizio della croce. In questo apparire in carne e ossa trasforma il passaggio dalla vita alla morte in salvezza e in rinascita dopo la morte stessa. Per l’uomo una metafora di redenzione attraverso un sacrificio. E il sacrificio della vita si compie attraverso tanti dettagli, tante debolezze umane alle quali Gesù volontariamente non si sottrae: i discepoli che si addormentano; il tradimento di Giuda; il rinnegamento di Pietro; la cattura; le accuse. Gesù affronta perfino un giudizio senza difensore né appello: il giudizio del popolo che deve scegliere se salvare lui o un assassino, un certo Barabba. Il popolo salva Barabba.

Gesù si avvia così con il suo corpo, mortificato dalle frustate, alla morte e trasporta lui stesso la propria croce. Lui che non aveva mai rubato, né ucciso, né tradito, né desiderato la donna d’altri, insomma lui che non aveva colpe è crocifisso. Crocifisso tra due ladri, Gesta e Disma, due malviventi. Così termina la vita di chi è senza colpe: insieme ai colpevoli.

Lì sul Calvario si alzano tre croci che sembrano uguali eppure così non è. Perché ciascuna è segno di un destino diverso che si sta per compiere.

Gesta, uno dei due ladri, seppure in croce e a un passo dalla morte, schernisce Gesù. Lo disprezza perché non riesce a salvare se stesso da quel supplizio. È rabbioso e invece di pensare al proprio dolore, alla propria morte è ancora affascinato, attratto da quell’uomo che è crocefisso al suo fianco, quell’uomo che si dichiarava Re. Ora così impotente Gesù mostra al ladrone e al mondo intero quel lato umano che sembra sconfitto, ad un passo dalla morte. Per questo ladro, che pretende la salvezza come gesto improvviso di una mano potente e divina che dal cielo lo riacciuffi per i capelli, l’impotenza di Gesù è insopportabile. Un Re, seppure uomo, deve essere potente, non può morire al pari di un comune ladro. Gesta, nelle parole di scherno rivolte a Gesù, rivendica quest’illusione superficiale di potenza e di salvezza di fronte alla certezza della morte che frantuma definitivamente l’inconsistenza della sua spiritualità, atterrandolo con la pesantezza di quel corpo lasciato in solitudine da qualsiasi sentimento di pietà, di amore e soprattutto di giustizia verso sé e verso gli altri. Lui, Gesù, che aveva predicato la salvezza, la redenzione dai peccati come via alla resurrezione, è lì, innocente, a morire come un qualsiasi peccatore, colpevole solo di aver cacciato i mercanti dal Tempio. Un finale deludente, quasi una beffa per un uomo terreno e materiale che, evidentemente, nello schernire quel Re del nulla manifesta di aver creduto in lui, seppure nel fraintendimento. Gesta muore in totale solitudine. Ecco la morte.

L’altro ladro, Disma, invece rimprovera Gesta perché non ha timore di Dio. Lui, Disma ammette di aver meritato la pena per i propri misfatti e pur vedendo Gesù esanime gli chiede di accoglierlo con sé. Questo ladro che sta per morire, si pente, guarda Gesù, un uomo in tutto simile a lui, che tutti stanno ingiuriando e schernendo perché è un Re che non salva nessuno, neppure se stesso, e gli chiede di salvarlo. Ecco l’attimo della redenzione. Disma non è solo.

Se la resurrezione è manifestazione del divino, la redenzione è l’essenza della spiritualità dell’uomo: la trascendenza, la liberazione dai condizionamenti, il distacco dalle apparenze, l’affermazione di una volontà che attraversa il dolore della carne, proprio come Gesù attraversa la morte. È meraviglioso questo piccolo brano di umanità che canta la speranza di salvezza, la forza di ammettere le proprie colpe, cioè dire la verità, l’idea portentosa di affidarsi ad un altro superando le apparenze d’impotenza inconciliabili con l’immagine di una gloriosa rinascita.

Disma rivela al mondo con tutto se stesso che fino all’ultimo c’è possibilità di redenzione, di salvezza. In un attimo sospeso tra la vita e la morte questa rivelazione poggia su un delicato punto di equilibrio dal quale prende slancio la decisione, espressione di una libera volontà di scelta. Espressione di una incrollabile fiducia in sé e nella propria capacità di sentire l’amore di un altro.

E così, proprio nella morte, Disma trova la vita. A ciascuno è data possibilità di scegliere: se salvare l’innocente o l’assassino. Ma soprattutto a ciascuno è data la possibilità di salvare se stesso.

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