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Nino Manfredi

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Tempo di lettura 7 Minuti

Nino Manfredi, all’anagrafe Saturnino, attore con la A maiuscola.

A rivederlo sullo schermo si resta incantati dalla sua capacità di recitare fosse solo con uno sguardo, uno spalancare d’occhi, un sorriso smozzicato, una smorfia di dolore, una semplice alzata di spalle, un levare di sopracciglio, una mano tra i capelli, una camminata sghemba. Manfredi non aveva bisogno di effetti speciali, era i suoi personaggi di cui si impadroniva con un lavoro di scavo e cesello raro e prezioso.

«Conta prima la mimica, poi la parola: questo non lo insegna più nessuno», diceva. E il miracolo era compiuto. Niente sconti all’”improvvisazione”, però: “Io mi sono fatto la fama di essere il peggiore rompicoglioni del cinema italiano”. Sarà, ma quel perfezionismo – Risi lo chiamava l’orologiaio – ha regalato al Cinema italiano una galassia di personaggi indimenticabili. A Nino piacevano le sfide. Raccoglieva il guanto e vinceva. Ora che avrebbe compiuto cento anni – era nato in Ciociaria a Castro dei Volsci il 22 marzo 1921 – è difficile raccontarne l’universo, tante e tali sono le cose fatte.

Di Nino parliamo col figlio, il regista e sceneggiatore Luca Manfredi.

Qualcuno ha detto che l’Italia si poteva dividere e raccontare attraverso i personaggi interpretati da Manfredi, Tognazzi, Sordi e Gassman. L’Italia di Nino è certamente un’Italia popolare, di sofferenza e umanità. Un’Italia delle maschere declinate attraverso i personaggi interpreti sullo Schermo: da  mons. Colombo da Priverno de “In nome del Papa Re” all’emigrante italiano di “Pane e Cioccolata”, dall’ambulante di “Caffè Express” al Pasquino interpretato “Nell’anno del signore” a Ciceruacchio de “In nome del popolo sovrano”. Personaggi diversi tra loro, ma chi di questi somigliava davvero a Manfredi?

«Secondo me è il personaggio che io ho di più nel cuore ed è quello dell’emigrante di “Pane e cioccolata”. Credo che questo sia anche il suo più bel film. Racchiude tutto il Dna della famiglia Manfredi e di Nino. Suo nonno Giovanni immigrò negli Stati Uniti per fare il minatore e quando tornò dopo molti anni raccontava a Nino e a suo fratello Dante quell’America che lui in realtà conosceva poco perché si alzava presto per andare a lavorare tutto il giorno. La domenica però qualche volte andava a vedere questo mondo completamente diverso dal mondo contadino a cui lui apparteneva. È un film meraviglioso”.

“Io ho sempre scelto film difficili. Se non sono difficili, non mi stimolano”, ha detto suo padre, ma qual è il personaggio più difficile, quello che ha richiesto uno sforzo maggiore perché più lontano dalle sensibilità di Nino?

«Mio padre in realtà ha sempre fatto scelte coraggiose perché amava le sfide. Lo sforzo maggiore credo lo abbia fatto per il suo personaggio più sgradevole: Giacinto di “Brutti, sporchi e cattivi”. Un personaggio respingente che lo ha fatto soffrire anche fisicamente: l’occhio guercio gli veniva incollato ogni giorno dal truccatore, in più era imbottito di gommapiuma per apparire più grasso. Dodici settimane e una lavorazione faticosa. Mio padre aveva questa caratteristica: era uno specialista del sorriso amaro. I suoi personaggi avevano sempre due anime: una più lieve e ironica e l’altra più malinconica e c’era sempre un’onestà priva del cinismo che, invece, caratterizzavano i personaggi di Sordi e Gassman. Nino ha interpretato l’italiano medio nel senso migliore di questo termine. È stato intelligente anche agli inizi, quando ha provato a fare il Cinema e lo scartavano. Gli dicevano che aveva una faccia da perdente tra l’altro non in linea con alcuni canoni di bellezza maschile dell’epoca, ma proprio con quella faccia da perdente ha capito che doveva farsi interprete della perdenza di personaggi sconfitti dalla vita come l’emigrante di “Pane e Cioccolata” ma anche di quelli più lievi come il barbiere di “Straziami ma di baci saziami”». 

“Manfredi recitava con gli occhi dove altri si aiutano col viso o le parole ”, per dirla con Frassica, qual è a suo giudizio la qualità che lo rendeva unico sullo schermo?

«Intanto bisogna partire dagli insegnamenti ricevuti da Orazio Costa il quale gli diceva che prima della parola bisognava esprimersi con il corpo, per questo gli faceva fare anche il cielo o la pioggia. Costa diceva agli allievi che bisogna prendere spunto e osservare la natura, la nostra prima insegnante: se uno deve fare un personaggio nevrotico può osservare una formica che va avanti e indietro e se deve interpretarne uno sornione può prendere spunto dal gatto. Grazie a questi preziosi insegnamenti, Nino era il più americano tra gli attori della sua generazione. Studiava a tavolino i suoi personaggi con una ricerca particolare su un tic o su un’altra caratterizzazione. Era un camaleonte che si mimetizzava con i personaggi. Spariva dietro la loro pelle e diventava il portantino di “C’eravamo tanti amati” o l’emigrante di “Pane e cioccolata” o il baraccato di “Brutti, sporchi e cattivi”. Inoltre aveva fatto suo il suggerimento di Silvio D’Amico. Fu lui a dirgli che aveva un punto di forza in più: l’ironia. D’Amico gli citava sempre la locuzione latina “Castigat ridendo mores” (“corregge i costumi ridendo”) di Jean de Santeul che viene riportata sulla facciata di diversi teatri: criticare i costumi ma facendo spuntare il sorriso sulla bocca degli spettatori. È la chiave della commedia all’italiana».

Se lei dovesse indicare ai ragazzi di oggi tre film per conoscere e stupirsi del talento di Nino, quali sceglierebbe?

«Sicuramente “Pane e Cioccolata”, “C’eravamo tanto amati” e “Brutti, sporchi e cattivi”. Un quarto immancabile – perché autobiografico – è “Per grazia ricevuta” che vinse la Palma d’oro a Cannes».

C’è una parola, un modo di dire che lei ha ereditato da suo padre e ancora oggi usa nel suo quotidiano?

«L’unica parole che mi viene spesso da pronunciare e che lui diceva in maniera divertente è daje – la risata dall’altro capo del telefono restituisce la forza di una consuetudine che anche nel ricordo appare vivida – Ecco, mi viene da dire daje come faceva lui. Oggi viene usata in senso propositivo, invece, lui la usava in senso di fastidio, di sopportazione».

Di suo padre quali gesti conserva che lo riconducono immediatamente a lui?

«C’è un gesto che gli apparteneva sicuramente. Era un po’ un suo “vizio” – legato sempre ai ricordi d’infanzia e alla fame provata in Ciociaria – riguardava il “controllo” di cibi e i vini. Quando tornava dal set faceva l’ispezione del frigorifero e degli avanzi. Nulla andava buttato. Da alcuni veniva confuso per tirchieria anche il suo portarsi a casa gli avanzi del cestino del pranzo che veniva dato sul set, in realtà aveva un rispetto sacro del cibo».

Che rapporto avrebbe avuto Nino con i social di oggi?

«Credo nessuno. Papà era veramente molto legato alla sua matita e alla sua gomma. Ha continuato a lavorare fino al 2003 quando c’erano già i computer ma aveva diffidenza per la tecnologia. Interveniva sui suoi copioni sempre con la matita e la gomma. Al massimo, quando c’erano le macchine da scrivere chiedeva a una dattilografa di mettere in bella. Mi ricordo che quando veniva in macchina con me che avevo il navigatore satellitare mi diceva “ma questa come fa a sapere dove devi andare?”: era comico».

Nino “Era un po’ come il pane casareccio della sua terra ciociara: compatto e saporito fuori, ma con tanti “buchi” nascosti al suo interno”…c’è scritto nella presentazione del suo libro “Un friccico ner core” (Rai Libri). Se oggi dovesse raccontare l’uomo Nino Manfredi, che aggettivi sceglierebbe?

«Era un uomo molto complesso e tormentato. Questa complessità e questo tormento nascevano dalla sua terribile esperienza in sanatorio. A quindici anni ha ricevuto un paio di estreme unzioni, poi siccome non si decideva a morire l’hanno messo in lunga degenza per tre anni. Alla mattina insieme ai compagni andavano in pigiama a fare lezione. Nino che non era particolarmente credente ha dovuto assistere alla morte dei compagni. L’unico a salvarsi è stato proprio lui che non pregava. Questo lo ha portato a farsi delle domande e il risultato è nel film “Per grazia ricevuta”, film sulla cattiva educazione religiosa e sulla superstizione. Nino aveva uno strano rapporto con Dio, ci parlava ad alta voce come faceva suo nonno Giovanni tornato dall’America mentre zappava l’orto a Castro dei Volsci. Una volta mentre eravamo a tavola al telegiornale diedero la drammatica notizia di un bus che si era ribaltato, mi ricordo che mio padre alzò la testa verso l’alto e disse : “Ma cosa ti costava tenerlo sveglio quell’autista tu che sei Dio e non far morire quei poveri ragazzini?!”. Per Nino era inconcepibile l’idea di un Dio malvagio».

Domani su su Rai2 e Sky Arte andrà in onda il documentario scritto e diretto da lei “Uno, nessuno, cento Nino”, perché questo titolo?

«Il titolo pirandelliano allude ai cento volti di Nino uomo e artista complesso, ai cento personaggi dei suoi film e ai cento anni che avrebbe compito. È un documentario che ha un punto di vista particolare perché è Nino Manfredi attore ma soprattutto è raccontato da me, dalla sua famiglia e dai suoi amici ed è tra l’altro impreziosito dalla sua testimonianza inedita girata da me in occasione dei suoi ottant’anni».

Cose le manca di più di suo padre?

«Il fatto di avere avuto un padre come Nino – che in qualche modo la sua arte ha reso immortale – consente a distanza di diciassette anni dalla sua scomparsa di accendere il televisore e trovarselo davanti con le sue battute che conosco a memoria ma che continuano a farmi sorridere e a farmi commuovere. È come se lui fosse sempre con noi, un grande privilegio e un grande conforto per la nostra famiglia. Ogni tanto mi diverto anche a rivedere alcuni film per i quali mio padre ha fatto il doppiatore prestando la sua voce ad esempio a Marcello Mastroianni o a Franco Fabrizi ne “I vitelloni” di Fellini. Li potremmo chiamare “falsi
d’autore”».


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