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Michele Tedesco "La balia", particolare

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NESSUN dubbio che Michele Tedesco è un poeta. Ma chi è Michele Tedesco?  Per i lettori del  “Quotidiano del Sud”, anche i più colti, sarà una rivelazione. Tedesco è un pittore. Un pittore  lucano. Certamente il più notevole dell’Ottocento. Conosciuto  dai conoscitori e gli studiosi locali, ha avuto minor fortuna del suo merito. Io lo proposi all’Expo di Milano, con un’opera straordinaria della collezione Di Persio di Pescara, ora sul punto di  trasformarsi in un grande museo dell’Ottocento, che aprirà il 18  settembre.

L’opera, superba, è  La moglie del banchiere, un autentico capolavoro che può misurarsi con le cose più elette e mondane di Giuseppe de Nittis, il principale pittore meridionale, di fama universale, dell’Ottocento.  De Nittis è più giovane, ma muore precocemente, all’indomani  dei 37 anni, che furono singolarmente fatali a molti artisti (da cui  “37”, un interessante saggio di Flavio Caroli), da Raffaello a Van  Gogh. Aveva toccato il culmine della sua fama all’esposizione del  1874, tenutasi nello studio del fotografo Nadar  e  comunemente indicata come data di nascita dell’Impressionismo. Vi espose cinque dipinti: Paesaggi presso il Bois; Levar di luna;  Campagna del Vesuvio; Studio di donna; Strada in Italia.    

Michele nel 1850 si iscrive al Reale Istituto di Belle Arti. Inizia  così la sua vita artistica e frequenta i pittori del vicolo san  Mattia sotto l’influenza di Filippo Palizzi. All’epoca l’arte  a Napoli si divideva tra il naturalismo di Palizzi e lo storicismo  romantico e accademico di Domenico Morelli. Michele condivide sempre  più con gli amici artisti le idee garibaldine, ma non entrerà  nelle armate delle camicie rosse per un senso di responsabilità  verso la famiglia e solo dopo l’Unità d’Italia si arruolerà nella Guardia Nazionale recandosi a Firenze. È qui che entra in  contatto con i macchiaioli, espressione pittorica del fenomeno  letterario verista. In quegli anni Firenze è capitale d’Italia  (1865 – 1871), ed è in questa nuova capitale che la storia  nazionale e la storia personale e artistica di Tedesco si  intrecciano.

La proclamazione del Regno d’Italia del 1861 non  significò la conclusione delle guerre e delle battaglie  risorgimentali. L’Italia conquisterà Roma soltanto con la  caduta di Napoleone III nella guerra contro la Prussia. La Breccia di  Porta Pia è nel 1870. Nella guerra franco-prussiana aveva perso  la vita il fratello della pittrice Julia Hoffmann (1843 – 1936),  che per dimenticare si reca in viaggio a Firenze nel 1871. Qui ha  l’occasione di apprezzare l’opera di Tedesco “La morte di  Anacreonte”, un dipinto storicistico che il pittore cercava di  vendere alla Real Casa di Capodimonte con l’aiuto di amici artisti  napoletani. In quel momento il dipinto era esposto nel salotto di  Ludmilla Assing e proprio mentre Julia ne ammira le qualità, la  padrona di casa le presenta l’autore.

Julia e Michele si sposeranno  due anni dopo, stabilendo un legame non soltanto sentimentale ma  anche artistico. Le origini della moglie portano Tedesco al contatto  con l’arte internazionale e con i principali movimenti artistici  del tempo, tedeschi, austriaci, francesi, inglesi. Frequenta i circoli tedeschi e quelli vittoriani di Londra, esponendo  all’estero e partecipando a due Esposizioni Universali, Parigi  (1878) e Londra (1880). Al realismo di stampo macchiaiolo e allo  storicismo che guarda al filone pompeiano di Lawrence Alma-Tadema,  si aggiunge il simbolismo, tre filoni che si sviluppano e si  evolvono nello stretto legame umano , culturale e artistico della  coppia.    

Mondi diversi quelli di De Nittis e Tedesco, ma la curiosità e  l’apertura mentale rendono il dimenticato pittore lucano un  artista che si misura con una dimensione intimistica mai pittoresca  e illustrativa ma profondamente letteraria. Una pittura colta e mai  impressionistica, documenti di una storia borghese che si misura con  Silvestro Lega ed Edgar Degas. La sua capacità di invenzione, nei  soggetti classici, ispirati ad Alma Tadema, o realistici, come negli  interni alla “Moglie del banchiere”, hanno una ispirazione  teatrale, propria di un grande regista, e prefigurano le scenografie  di Visconti e Zeffirelli. La “Traviata”, ieri in scena all’Arena  di Verona, sembra ispirata agli ambienti di Michele Tedesco.  Ancor più “Segreta attesa”, conservato nel museo di  Moliterno, la sua città, che, con giusta  determinazione, amorevolmente, lo onora. Da una mostra del 2012 nella  città di Potenza derivano gli eccellenti studi e la recente  monografia di Isabella Valente, che definisce con chiarezza la  poetica del pittore, dandogli tutta la dignità che merita: “Alla  metà degli anni Settanta la ripresa dal vero, oggetto esclusivo  della sperimentazione macchiaiola, era ormai superata.

Alla mostra  di Brera del 1876 e poi alla nazionale di Napoli del 1877 Tedesco espose Un figlio naturale, con cui affrontava particolari temi  ispirati al realismo sociale (un figlio nato fuori dal matrimonio,  che la giovane madre è costretta ad allattare di nascosto).  Sarebbero seguiti Il testamento, presentato alla Mostra nazionale di  Roma del 1883, alla Promotrice di Napoli del 1884, a Brera nel 1891  e, infine, alla Mostra nazionale di Palermo del 1891-92, dove fu  premiato con la medaglia d’argento; L’ultimo oltraggio, del  1902; Lo sfratto, del 1910. Grazie anche allo zio abate e alla sua  vasta biblioteca, e grazie ai circoli intellettuali frequentati a Napoli, dove nel frattempo era rientrato, stabilendosi  definitivamente a Portici nel 1877, Tedesco giunse a formulare una  pittura basata su brani di realismo con particolare attenzione alle  situazioni di degrado morale o di malessere sociale, verso cui  assunse un indubbio atteggiamento di disapprovazione (si ricorda che  era stato abbandonato dal padre, che era cresciuto lontano dalla  madre, che aveva amato e sposato due volte una donna straniera).

L’impegno di tale pittura lo indusse a studiare come conformare  l’immagine rappresentata ai tipi umani indagati: un’attenzione  antropologica tale che lo portò a redigere un testo dal titolo La  penetrazione del carattere e il senso della vita contemporanea nel  contenuto dell’opera d’arte, un manoscritto datato 1901-02,  finora ritenuto perduto, ma rinvenuto di recente” (Valente, 2018).  

Alla ripresa d’interesse per il pittore poté concorrere, in  quest’anno di celebrazioni dantesche la trascurata sua impresa di  illustratore della “Commedia” , in coincidenza del sesto  centenario della nascita, nel 1865. Tedesco era a Firenze.  Così Valente: “In questo stesso periodo, sull’onda  dell’entusiasmo patriottico che cresceva intorno alla figura di  Dante, anche Tedesco eseguì diversi dipinti dedicati al poeta,  mutuando l’iconografia dalla Vita nuova piuttosto che dalla  Commedia, secondo scelte precise operate ancora una volta dai  preraffaelliti, principalmente da Dante Gabriel Rossetti. Nel 1862  espose all’Accademia di Brera a Milano la tela La giovinezza di  Dante Alighieri, cui avrebbe fatto seguito il dipinto Gli amici  d’infanzia di Dante che cantano le sue canzoni, presentato nel  1864 alla III Promotrice di Napoli, riproposto molto probabilmente con il titolo Gli amici di Dante Alighieri giovinetto alla XXIII  Promotrice di Torino del 1864 e ancora a quella di Firenze del 1867.

Nel 1865, in occasione della mostra organizzata dalla Società  promotrice fiorentina per le celebrazioni dantesche, espose il dipinto  Un libro chiuso. La città di Moliterno può finalmente rivendicare, con suoi  musei, il “grande ritorno” di Michele Tedesco.


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