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Juan Martín Guevara, fratello minore del “Che”

Tempo di lettura 4 Minuti

«La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità», in un pianeta colpito in ogni sua parte, da questo virus letale, ogni individuo si riscopre attore di un destino comune. La strada per la salvezza si costruisce oltre le bandiere nazionali, al di là di qualsiasi particolarismo, e solo grazie a un lavoro di cooperazione internazionale.
I versi di John Donne ci ricordano che la campana non suona più solo per l’Oriente, per il Nord Italia, per gli anziani, per i malati cronici, ma per tutti. Passata l’emergenza, secondo diversi filosofi, intellettuali ed economisti, sarà tempo di bilanci, di riorganizzazione, di un esame di coscienza individuale e collettivo.

C’è tuttavia chi si spinge più in avanti, arrivando a giudicare complice di questa pandemia e degli incalcolabili danni economici che ne seguiranno, un sistema che ha sacrificato sull’altare del profitto la dignità delle persone. È questa l’opinione di Juan Martín Guevara, fratello minore del “Che”, oggi intervistato in esclusiva. Un uomo che per tutta la vita ha alzato la voce contro ogni forma di tirannia e che, ancora oggi, porta addosso i segni delle proprie battaglie. Battaglie che gli costarono 8 anni, 3 mesi e 23 giorni di prigionia durante la dittatura argentina di Videla, «un lasso di tempo infinito – egli racconta – durante il quale non ho mai smesso di avere fede nell’uguaglianza».

L’Italia è in ginocchio per l’epidemia da covid-19. Non sono pochi i paesi che stanno esprimendo la loro solidarietà, attraverso aiuti di diverso genere. L’opinione pubblica italiana è stata particolarmente colpita dall’arrivo di oltre cinquanta medici da Cuba. Quale motivazione ha spinto il piccolo paese caraibico, così lontano da qui, a inviare una spedizione a soccorso dei nostri medici?

«Si tratta di una politica di solidarietà internazionale che Cuba ha adottato fin dalla Rivoluzione e che, ancora oggi, continua a portare avanti a garanzia della salute dei popoli. Lo sta facendo anche in altri paesi, non solo in Italia. Esportare salvatori di vite e non armi.»

La solidarietà internazionale cubana è una filosofia di matrice prettamente guevarista?

«La solidarietà internazionale proviene dalla storia della lotta di classe. Lo slogan marxista “Proletari del mondo unitevi” è stato un appello alla lotta e alla solidarietà, a favore di ogni bisognoso e di ogni sfruttato della Terra. Cuba segue questa linea e il Che ne è stato un messaggero.»

La pandemia è anche la conseguenza di una economia che pensa al profitto, anziché alla prevenzione?

«Ci sono state molte speculazioni su questa pandemia. Sono certo, che col passare degli anni le discussioni si moltiplicheranno. Per quanto riguarda le conseguenze, non vi è dubbio che la salute pubblica sia stata sempre subalterna ai benefici economici. Le cliniche private ne sono un chiaro esempio. Non occorreva certo però una pandemia per svuotare il vaso, questo è quello che è sempre accaduto, il coronavirus ha solo evidenziato un problema.»

Negli Stati Uniti, c’è il rischio concreto che la mancata copertura dell’assicurazione sanitaria possa escludere le fasce più deboli dalle cure. Il capitalismo rischia di uccidere più della malattia?

«L’imperialismo capitalista, la globalizzazione, la finanziarizzazione della società, ecc, sono tutti elementi che da sempre producono morte. Dalle guerre internazionali alle guerre locali, per non calcolare tutti i danni collaterali di queste. In questo caso specifico, a causa della pandemia da coronavirus, si verificano decessi che sarebbero stati evitabili, se la sfera sociale fosse ritenuta più alta dell’individualità. Sarebbe stato necessario rompere prima con la libertà individuale e stabilire quarantene più rigide. Dove questo non è stato fatto, si è perso il controllo dei contagi.»

Ernesto Guevara con  Juan Martín da ragazzino
Ernesto Guevara con Juan Martín da ragazzino

Ci ricorderemo di quest’epidemia come i giorni in cui si fermò il mondo. Il capitalismo ha mostrato tutta la sua fragilità?

«Il capitalismo è in crisi, ma già da prima della pandemia. E la crisi continuerà, probabilmente aggravandosi. Il capitalismo però continuerà a essere il sistema di sfruttamento e di oppressione che è. Il coronavirus ha mostrato le debolezze strutturali del sistema, ma il sistema continuerà finché le persone non ne avranno abbastanza.»

Può essere questa un’occasione per ripensare il nostro modo di vivere?

«Ripensare senza dubbio, ma sarà fondamentale comprendere “cosa” ripensare e “come”.»

Troppo spesso, almeno in Italia, non siamo stati in grado di dare la giusta dignità alle vittime di questa pandemia, appellandoci all’età avanzata di coloro che non ce l’hanno fatta. Ciò ci riporta ad alcune parole di suo fratello…

«Sì, quando lui diceva: “Ha più valore, un milione di volte, la vita di un solo essere umano che tutte le proprietà dell’uomo più ricco della terra”. Questo ce lo siamo ricordati quando abbiamo capito che non fossero gli anziani il solo bersaglio del virus.»

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