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Franco Ferrarotti

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Pochi anni fa un’azienda americana ha prodotto i primi robot aspirapolvere in grado di mappare lo spazio della propria casa. L’amministratore delegato, durante un’intervista, disse che non c’era alcuna intenzione di vendere sul mercato i dati raccolti, ma solo di condividerli gratuitamente con il consenso dei clienti. E se ci dovesse essere un semplice aggiornamento del software in cui c’è scritto, in caratteri minuscoli e dopo svariati capitoli cavillosi, di rilasciare il consenso dei propri dati? Potrebbe capitare o è già capitato a nostra insaputa.

Quante volte desideriamo a voce alta o durante una conversazione sui social di progettare un viaggio a New York e dopo poco sullo smartphone compare un’inserzione che promuove l’offerta più vantaggiosa per quella specifica tratta?

Non gridiamo alle cospirazioni, ma non bisogna nemmeno abbassare la guardia, non è da escludere l’ipotesi (data annotation) che alcune applicazioni possano attivare il microfono, trascrivere e vendere a terzi alcune parti dei nostri discorsi. Finora abbiamo compreso la potenza del potere privato, serbatoio infinito dei nostri dati; allora perché il potere pubblico non dovrebbe essere un contenitore altrettanto capiente? Al fine di arginare l’epidemia su tutto il territorio nazionale, il governo si è affidato alla società milanese Bending Spoons per sviluppare “Immuni”, l’applicazione per il tracciamento dei cittadini. L’uso incerto che verrà fatto di queste informazioni, il timore che un’assicurazione possa formulare una polizza sanitaria possedendo già i dati sanitari, innescano dubbi e domande che affiorano legittimamente in una società sempre più opaca e vulnerabile.

La rete divide: da una parte il cittadino pensa che questa piattaforma possa essere una salvezza, dall’altra ritiene che possa essere una significativa minaccia per la propria sfera privata. Al momento non installerò alcuna applicazione, vivo ancora in uno stato democratico e la scelta rimane facoltativa. Adesso, per rendere credibili le mie certezze e per farmi insensatamente coraggio, canto forte La mia Libertà di Califano: «[…] Libertà che ho nelle vene, libertà che mi appartiene, libertà che è libertà».

Sono al telefono con il prof. Franco Ferrarotti, il padre della sociologia in Italia; la casa editrice Marietti ha appena terminato il progetto ciclopico delle sue Opere. Non nascondo l’emozione di intervistarlo su un tema così infuocato. Ha una voce da palcoscenico, rotonda e familiare.

Caro professore, innanzitutto come sta? Poco meno di un mese fa ha compiuto novantaquattro anni, il coronavirus non le fa paura?

«Per niente! Sto molto bene. Certo, di fronte ad un’emergenza così grave, ai morti e ai malati, uno non può dirsi soddisfatto; partecipo al dolore generale. Trovo che alcune conseguenze della pandemia siano in primo luogo il senso del limite, la solitudine, ma anche il grande privilegio del silenzio per pensare in profondità».

Come passa le sue giornate in casa?

«Come sempre: studio quattro ore la mattina, durante il pomeriggio scrivo, è una sorta di liberazione, scrivere vuol dire rivivere».

Cosa ne pensa dell’app “Immuni”? In questo momento scaricarla è una scelta facoltativa. Era necessaria un’emergenza del genere per mettere in discussione la fragilità della nostra privacy?

«Il paradosso della nostra epoca è che esiste un garante della privacy ma non esiste più la privacy. La causa si trova nella comunicazione elettronica, nella rivoluzione digitale, nel flusso di dati rapidissimo che passa da un utente all’altro. Non vedo neppure la consistenza del problema, tutti sono connessi e invasi, a nessuno importa realmente di proteggere questo diritto».

Il capitalismo di sorveglianza e la leva del controllo per garantire la sicurezza collettiva sono segnali allarmanti per una società in continuo mutamento. Rousseau nel “Contratto Sociale” scriveva: «l’uomo è nato libero, e dappertutto è in catene». L’essere umano trae un certo piacere dalla sottomissione?

«Sebbene sia un grande rousseauiano, la sua celebre affermazione non trova riscontro nella realtà. L’uomo non nasce libero, al contrario subito dipende da qualcuno che lo lavi o dalla prima poppata. L’uomo non è né totalmente libero e né determinato, l’essere umano è condizionato da una serie di casualità, egli non ha deciso di nascere. Può solo costruire il suo progetto di vita, dato dalla categoria della possibilità, dunque della scelta, bisogna buttarsi dentro, con tutta l’energia a disposizione. Si è vagamente deconcentrati, attratti dal nulla e dall’aria demotivata. I giovani rischiano di arrivare alla morte prima di essere vissuti. Esiste la servitù volontaria, Max Weber diceva che è molto più facile sottostare al potere di un gruppo di uomini, è molto più comodo vivere nell’obbedienza rispetto alla piena consapevolezza di sé».

Forniamo i nostri dati a grandi colossi digitali come Google o Facebook. Ora lo Stato, su base volontaria, ce li chiede attraverso il monitoraggio dei nostri spostamenti. Dunque un ennesimo sforzo in nome della stabilità e del senso civile. Abbiamo ancora il diritto di scomparire senza che qualcuno o qualcosa lo possa sapere?

«Credo che quest’operazione, anche se temporanea e motivata da solide ragioni, possa creare degli effetti deleteri e negativi intorno al pensiero della libertà. Se controlli il comportamento quotidiano dell’individuo non solo lo limiti, ma lo uccidi. L’individuo è fatto della sua stessa imprevedibilità, occorre preservare ciò che è costitutivo rispetto all’essere animale. L’imprevedibilità e l’autoconsapevolezza del cuore sono elementi che ci rendono distinguibili, non replicabili».

Per lei cos’è la libertà? Riuscirebbe a farne un ritratto concreto?

«La libertà vuol dire imprevedibilità e non è suscettibile ad alcun contenuto specifico. La libertà, se messa in un contenuto, non è più libertà ma dogma, religioso o politico che sia. La non definibilità degli esseri umani testimonia la costante tensione verso qualcosa in continua costruzione, è un divenire continuo. Sarebbe un delitto definire questa costante interiore. La libertà è potenzialità».

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