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L’albero della conoscenza del bene e del male

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Sempre più spesso si fa riferimento alla necessità di maggiore cultura. In ogni campo. La cultura come contrasto al degrado della nostra società, sempre più individualista e disuguale. La cultura come panacea di tutti i mali, compresi quelli che verranno.

Ma siamo sicuri di fare di tutto per andare nella direzione giusta? Siamo certi di creare le condizioni perché aumenti – e c’è peraltro davvero bisogno che cresca notevolmente – il livello di cultura nella società del ventunesimo secolo?

Parlare di cultura porta necessariamente a fare i conti con l’ignoranza, in senso stretto. E cioè con quella condizione che ci rende “ignoranti”, che ci fa essere soggetti che ignorano. Facciamo un lunghissimo passo indietro. Nella Genesi 2, 16-17, si può leggere: “Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: ‘Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti’”.

Come andò è narrazione nota a tutti, e allora: “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture” (Genesi 3, 7). Secondo questa prospettiva, dunque, l’ignoranza è gioia e la conoscenza è dannazione. La differenza tra bene e male corrisponde a quella tra ignoranza e conoscenza.

Insomma, come amava ricordare Benjamin Franklin, “Siamo nati tutti ignoranti, ma dobbiamo lavorare sodo per restare stupidi”, anche se in tutto il mondo occidentale la conoscenza è considerata un valore, e conseguentemente l’ignoranza un disvalore. L’istruzione è culturalmente positiva, la mancanza di istruzione è culturalmente negativa. I genitori che non mandano i propri figli a scuola sono passibili di sanzioni. Persino la legge non ha in simpatia l’ignoranza dato che “ignorantia legis non excusat”.

In definitiva, ignoranza e conoscenza sarebbero fra loro in una relazione inversa: al diminuire della prima corrisponderebbe l’aumento della seconda. Ma è proprio così? L’ignoranza è veramente il semplice contrario della conoscenza ed è sempre da buttar via? Probabilmente no, se pensiamo al fatto che in realtà l’ignoranza è socialmente costruita e negoziata; e che, paradossalmente, può essere funzionale, oltre che disfunzionale, alla società. La costruzione sociale dell’ignoranza, proprio come la costruzione sociale della conoscenza, assolve a una serie complessa di funzioni ed è utilizzata strategicamente per ottenere effetti politici, economici, sociali, culturali, che variano da contesto a contesto e da gruppo sociale a gruppo sociale.

Quando diciamo che l’ignoranza è socialmente costruita, ci riferiamo alla considerazione che la stessa pervade la vita sociale in modo importante giacché la socializzazione avviene nella direzione di accogliere e condividere determinate opinioni sulla realtà e non altre, o anche a non rivolgere la propria attenzione a parti specifiche della realtà. E il processo comincia molto presto. Alla maggior parte dei bambini si insegna – e loro d’altro canto imparano rapidamente – a non fare troppe domande (e in particolare, alcuni tipi di domande). E si prosegue – e loro assimilano – che esistono questioni da grandi; i maschi imparano che vi sono faccende da donne e le femmine che vi sono luoghi che appartengono solo ai maschi. Ma non ci si ferma all’età più tenera. Si possono esercitare pressioni sulle persone perché non acquisiscano un certo tipo di informazioni, e ci si può addirittura spingere a chiedere di non elaborare le informazioni di cui si dispone in alcuni, determinati modi.

Si spiega quindi così, in Occidente, il perché dell’invito a stare alla larga da “superstizioni”, “idee politiche sovversive” e altri modi di pensare “illegittimi”, in quanto facenti parte di strutture interpretative screditate. In definitiva, che l’ignoranza vada interpretata come il contrario della conoscenza appare quasi alla stregua di un pregiudizio. Non sembra essere necessariamente vero. Tra l’altro, le cose vanno sempre socialmente – e localmente – contestualizzate, come ben sanno i sociologi. Come ci ricorda Simmel, per esempio, l’evoluzione storica della società è contraddistinta in molti suoi aspetti dal fatto che spesso ciò che prima era manifesto passa sotto la protezione del segreto e che ciò che al contrario prima era segreto ad un certo punto può rinunciare a tale protezione e si rivela. Il segreto, però, esercita una funzione non soltanto sul singolo, ma anche sulla collettività. La formazione di una comunità deve servire a garantire la vita segreta di determinati contenuti. Questo accade per esempio nel particolare tipo di società segrete la cui sostanza è anche una dottrina segreta, un sapere teorico, mistico, religioso.

Qui il segreto è uno scopo sociologico per sé stesso; si tratta di conoscenze che non devono penetrare nella massa e coloro che sanno formano una comunità per garantirsi a vicenda che il segreto verrà mantenuto. Per Simmel, l’ignoranza, sotto forma di segreto, protegge dal caos e dalla possibilità di conflitto, mentre Francesco Battisti dal canto suo sostiene che l’ignoranza dei non adepti può venire istituzionalizzata come norma (“il silenzio è d’oro”), al fine di proteggere segreti organizzativi o di mantenere il ruolo incontrastato della leadership. Anche l’ignoranza, insomma, così come altri aspetti della vita sociale esaminati da Simmel, rivela il carattere fondamentalmente ambiguo e dualistico della vita.

Di ignoranza si occupa anche Merton, che nel 1936, discutendo delle conseguenze non previste dell’azione sociale intenzionale, indica nell’ignoranza, o nel possesso di conoscenze limitate, uno dei fattori che impediscono di prevedere correttamente le conseguenze delle proprie azioni. Di solito, nella quotidianità, agiamo non in base a conoscenze scientifiche, ma a stime e opinioni. Di conseguenza, situazioni che esigono un’azione immediata di qualche tipo, comporteranno solitamente l’ignoranza di certi aspetti della situazione e provocheranno risultati inattesi. Nella sociologia di Merton, ignoranza e esiti latenti sono strettamente intrecciati e dimostrano, in maniera palese, come l’ignoranza svolga una serie di funzioni sociali spesso trascurate, ma non per questo meno importanti di quelle riconosciute. Come dargli torto, anche alla luce di quanto sta accadendo da diversi mesi in tutto il pianeta?

Appare scontato che la vita sociale proceda senza intoppi anche perché ignoriamo tanti aspetti pure importanti, che però ostacolerebbero senz’altro il flusso ordinato della società se dovessimo dedicarvi il nostro tempo quotidiano: così come non è necessario essere esperti di fisica o robotica per affrontare un viaggio in aereo, è ingente il numero di cose che ognuno di noi dà per scontate o ignora nella vita quotidiana. Tutto ciò non impedisce, anzi facilita, lo svolgimento della stessa. Una certa dose di ignoranza è, dunque, indispensabile alla fluidità dei rapporti sociali di ogni giorno.

Il sociologo canadese Erving Goffman interpreta le relazioni sociali secondo una suggestiva metafora drammaturgica. Le persone, nei loro rapporti quotidiani, mettono in essere delle rappresentazioni che presuppongono una “ribalta” e un “retroscena”. La ribalta è il luogo dove si svolge la rappresentazione e indica il tentativo di esercitare una certa impressione sugli altri, ossia di mostrarsi in un certo modo e secondo determinate norme e intenzioni.

Il retroscena è l’ambiente in cui l’attore “prepara” la sua rappresentazione e dove può rilassarsi, abbandonare la sua facciata, smettere di recitare la parte e uscire dal ruolo. Ecco allora forse la chiave di lettura di quanto sta accadendo: probabilmente, la società che assiste alla sofferenza della comunità e all’esaltazione dell’iper-individualismo, ha reso ribalta e retroscena un unico luogo. Nel quale ciascuno di noi recita la sua parte, ignorando del tutto il resto del mondo.


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