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Marco Dianda

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Un po’ come dire che “è intelligente, ma non si applica”, un po’ come considerare l’idea di essere un elemento valido, eppure con quel qualcosa di invalidante; come attribuire a qualcuno un difetto che poi un difetto non è, ma che da troppo tempo è bersagliato come se lo fosse: è successo a Marco Dianda, giovane insegnante omosessuale che in questi ultimi giorni ha fatto sapere, tramite il suo profilo Instagram, che alcuni genitori dell’asilo nido in cui svolge il delicato lavoro di educatore hanno commentato il suo operato con un: “è un bravo educatore, ma è finocchio”, aggiungendo anche che questo tipo di lavoro non è adatto a quelli “contronatura” come lui.

Accompagnando la sua replica a una foto in cui sorride immerso in una vasca di palline colorate, Marco ha tenuto a precisare che i genitori in questione sono stati pochi rispetto a quelli che invece il suo lavoro con i bambini lo hanno apprezzato. I toni della sua risposta hanno avuto l’educazione di chi non pronuncia la parola “finocchio” per screditare qualcuno, ma anche la pacatezza di chi, forse, è ormai ingiustamente abituato a questo genere di bassezze.

“Peccato che sia finocchio”, come se fosse un handicap, come se stessimo parlando di una macchia d’olio su una camicia bianca appena comprata o ci stessimo rammaricando per il maratoneta che non potrà più correre a causa di un incidente alle gambe. Un limite che esiste solo nella testa di chi settorizza le persone, ma che sfortunatamente sconfina dal semplice pensiero per andare a insinuarsi nell’ambiente circostante, ferendo, indignando e offendendo chi, semplicemente, lavora per offrire un servizio alla comunità. A chi importa chi sia quell’educatore, chi ami o chi abbia scelto di essere? Non certo ai bambini, che al nido dove Marco ha fatto loro da educatore non si saranno posti il problema, non si saranno chiesti: “sarà mica adatto a starmi dietro, questo tizio? Forse dovrei presentare un reclamo alla dirigenza, così imparano a darmi un insegnante uomo a cui piacciano gli uomini”.

Ma se proprio vogliamo porla sul piano dell’orientamento sessuale, allora forse dovremmo ricordarci anche di tutte quelle maestre tutt’ora sotto processo per aver maltrattato, picchiato e traumatizzato a scuola bambini di tutte le età, tutte eterosessuali, con le loro famiglie tradizionali ad aspettarle a casa e i loro piccoli alunni che, di giorno in giorno, rifiutavano in lacrime di recarsi a scuola o all’asilo. Proprio quelle maestre che ci fanno tanto borbottare davanti alla tv che “non c’è più religione, dove siamo arrivati”. Abbiamo scambiato qualche chiacchiera con Marco, per fare il punto della situazione.

È facile chiedere a un insegnante che cosa abbia lasciato ai suoi allievi, ma ora, invece, mi interesserebbe sapere il contrario. Cosa ti hanno insegnato i bambini, così privi di filtri, a cui non importa chi hanno davanti, purché li ami e li guidi?

«A me hanno dato tantissimo. Mi hanno permesso di riconnettermi al mio “bambino interiore”, grazie a loro ho riscoperto il piacere del gioco, la gioia di guardare con stupore a cose che spesso riteniamo anche semplici, banali, che diamo per scontate. Mi hanno permesso di capire come tante volte ci lasciamo trascinare da sentimenti di rabbia e orgoglio che ci impediscono di risolvere i conflitti. Loro, invece, con un abbraccio risolvono tutto in batter d’occhio. Mi hanno anche insegnato ad aspettare, a non intervenire, a permettergli di avere spazi e tempi adatti a loro. Spesso, nella quotidianità, i genitori vanno di fretta e non concedono ai bimbi di sperimentare da soli le cose più semplici, come per esempio lavarsi il viso o le mani. Nel nido il tempo rallenta, si può fare tutto quello che loro hanno bisogno di fare. E lì dentro ciascuno ha i propri tempi, ma è questo il bello, forse è un vero e proprio elogio alla lentezza».

Avrai saputo dei due ragazzi gay picchiati a Vernazza perché si scambiavano un bacio in stazione. Cosa ci spinge, secondo te, a una tale avversione verso il prossimo?

«Ho saputo, purtroppo, sono vicende che si ripetono negli anni in ogni parte d’Italia. C’è una intolleranza di fondo nei confronti di qualcosa che viene percepita come diversa e quindi distante, qualcosa che spaventa. Si porta avanti una cultura dell’odio talmente radicata che viene poi trasmessa anche alle generazioni successive. C’è bisogno di guardare oltre le apparenze e rifondare una società basata sul rispetto reciproco, sulla comprensione, sull’empatia, sulla voglia di capire e confrontarsi senza giudicare».

Tu sei anche un cantautore. Che valore hanno per te le parole e che ruolo vorresti che avessero davvero nella società?

«I testi che scrivo sono messaggi che voglio mandare a chi mi ascolta, perciò ogni mia parola è pesata. Sarebbe bello che anche gli altri capissero quanto pesa ogni parola, ogni espressione che magari in me può risuonare poco, ma che in una persona più fragile magari produce un fragore enorme e con conseguenze devastanti, tra cui anche quella di portare quella persona a compiere gesti estremi».

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