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QUESTA settimana i Peanuts, il famoso fumetto creato da Charles Schultz, compie 70 anni. La famosa banda di personaggi, che comprende l’insicuro Charlie Brown, sua sorella Sally, la scontrosa Lucy e il fratello Linus, dipendente dalla coperta, hanno infatti esordito il 2 ottobre 1950 e sono stati pubblicati quotidianamente fino al 13 febbraio del 2000, il giorno dopo la morte dell’autore.

I personaggi di questa striscia sono solo bambini con la nota eccezione del bracchetto Snoopy, il cane di Charlie Brown, che negli anni è diventato forse la vera superstar del fumetto.

Per farci raccontare dei Peanuts ho fatto alcune domande a Carlo Chendi, una vera e propria leggenda del fumetto italiano, autore di centinaia di storie della Disney, alcune indimenticabili, tra cui i duetti tra Pippo e la strega Nocciola. Chendi ha anche creato diversi personaggi, come il papero alieno Ok Quack, la cui astronave è in grado di ridursi alle dimensioni di una moneta, e l’investigatore Umperio Bogarto, entrambi disegnati da Giorgio Cavazzano. Ma parlare di quanto fatto da Chendi nella sua carriera richiederebbe molto più spazio delle poche righe a disposizione in questa rubrica, e quindi iniziamo con le domande anche se, in futuro, dovremo sicuramente tornare a parlare di quanto fatto da questo autore.

Ti ricordi come hai conosciuto i Peanuts?

«Ho iniziato a scrivere storie nel 1952 e a collaborare con la Walt Disney nel 1954. Allora la vera patria del fumetto era l’America, dove si è sviluppato e diffuso sui giornali quotidiani come forma di intrattenimento per adulti. Io ero curioso di vedere quali fumetti si pubblicavano in quel periodo sui quotidiani, ma in Italia era quasi impossibile trovarli. Avevo scoperto che alcuni libri con ristampa di strips e comics americani si potevano trovare da “Algani”, una edicola – libreria in piazza della Scala a Milano. Così, ogni volta che andavo a Milano a consegnare le mie storie agli editori con cui collaboravo, non mancavo di andare da “Algani” a frugare tra le pubblicazioni che arrivavano dall’America. Ed è così ho trovato nel 1957 un libro con la ristampa (in bianco e nero e in lingua originale) di personaggi che non avevo mai visto: i Peanuts».

Nella tua enorme collezione di disegni originali c’è anche una tavola dei Peanuts che ti ha regalato proprio Charles Schultz. Come sei entrato in contatto con lui?

«Ero un suo sfegatato ammiratore e così quando sono riuscito a trovare il suo indirizzo, gli ho mandato alcune pubblicazioni con le storie che scrivevo per la Disney e gli ho detto quanto ammirassi Peanuts, i suoi personaggi, la sua originalità, le sue battute così efficaci e indimenticabili (“Era una notte buia e tempestosa…”) e che in definitiva doveva conoscermi molto bene, perché io “ero Charlie Brown”. Fu così gentile da rispondermi, dicendomi tra l’altro che si rammaricava di non conoscere l’italiano per leggere le mie storie e, enorme sorpresa, mi mandò una strip originale con dedica. Da allora è capitato che negli anni, ci siamo scambiati qualche lettera e biglietti di auguri per Natale».

Cosa ti piace dei Peanuts?

«Mi piacciono tutti i personaggi: Charlie Brown, Shermy, Snoopy, Violet, Schroeder, Lucy, Linus, Pig Pen, Sally, Woodstock, Piperita Patty, Marcie, Replica (o Ripresa), Spike… Mi piace la “Ragazzina con i Capelli Rossi” (Proust ha anticipato Schulz scrivendo: “Una ragazza con i capelli rossi e la pelle dorata è rimasta per me come l’idolo inaccessibile”), sono un seguace del “Great Pumpkin” (la “Grande Zucca”, che in italiano è stato tradotto come “Grande Cocomero”), e idealmente faccio compagnia a Linus quando la notte di Halloween, aspetta nell’Orto delle Zucche che arrivi, appunto, “Great Pumpkin” a portargli regali. Circa Beethoven, ho gli stessi gusti di Schroeder per la musica classica (e per la Nona e la Quinta). Mi piacerebbe confidare i miei guai a Lucy nel banchetto dove, invece di vendere limonate come fanno di solito i bambini, psicanalizza, in particolare, Charlie Brown. Seguo con passione le “avventure” di Snoopy contro il Barone Rosso. Per farla breve, di Peanuts mi piace tutto. Charles Monroe Schulz è stato, a mio parere, uno dei più grandi autori di fumetti, un vero autentico artista, un poeta».

Nello scrivere le tue storie c’è qualcosa che hai “rubato” o che ti sarebbe piaciuto rubare alla banda di Charlie Brown e dei suoi amici?

«Mi sarebbe piaciuto “essere” Schulz… ero un suo lettore, ma lui era un artista, mentre io ero e sono, un “artigiano” delle storie a fumetti. Per quanto riguarda la mia formazione professionale, sono partito da Floyd Gottfredson, Carl Barks e, in Italia, Jacovitti».

Come fanno i Peanuts a essere ancora attuali dopo 70 anni dalla loro prima apparizione?

«Una caratteristica delle opere d’arte, è che non invecchiano mai. I personaggi e le tematiche della produzione di Schulz, non imitano altre creazioni (anche letterarie o cinematografiche), i personaggi non sono “figurine di carta” ma persone vere, un po’ come sono persone vere i vari abitanti di Spoon River, il capolavoro di Edgar Lee Masters. Bisogna considerare inoltre che nel corso degli anni le strips di Peanuts sono state pubblicate su 2.600 testate in 70 Paesi, e tradotte in 20 lingue. E che, solo negli Stati Uniti, i libri sono quarti nella classifica dei più venduti: 36 milioni di copie. Si stima (stima prudenziale) che Peanuts abbia avuto 300 milioni di lettori».

Chi ti conosce sa che sei una miniera di aneddoti. Per chiudere, ce ne racconti uno che coinvolga i Peanuts?

«Negli Stati Uniti i diritti per la pubblicazione dei comics per adulti sono distribuiti e ceduti da grosse e potenti agenzie di stampa, i Syndacates. Quando Schulz ha proposto la sua strip all’United Feature Syndicate, il nome doveva essere “L’il Folks”, “tipetti”, ma c’era già un’altra serie che si intitolava così, allora i dirigenti del syndicate battezzarono la nuova strip Peanuts, che in slang inglese sta per “cosucce, cose da poco”. Al syndicate credevano poco nel nuovo fumetto proposto da Schulz. Intanto, investirono appena 338,88 dollari per il suo lancio e proposero un formato di stampa molto più piccolo rispetto ad altre strips che erano stampate nel formato di 19 x 5 cm, mentre Peanuts, era proposto ai quotidiani come “tappabuchi”, riempitivo di spazi bianchi, in formato di 14 x 2,5 cm. Schulz un po’ amareggiato, diceva che in stampa le sue vignette erano grandi come i francobolli della posta aerea. Un’altra curiosità: il primo nome di Snoopy era Sniffy, ma, su suggerimento della madre di Schulz, fu poi cambiato in Snupi, che con la grafia inglese divenne Snoopy».

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