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llustrazione di Roberto Melis

Tempo di lettura 2 Minuti

POSSONO la scrittura e gli scrittori fare luce sul tempo presente? Possono, per contro, suggerire forme di evasione da questo stesso tempo, sollevando lo sguardo su dimensioni altre? In entrambi i casi la risposta è affermativa ed è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno.

L’anno appena iniziato, gonfio di aspettative come un palloncino sulla punta di un ago, ci costringe a fare i conti con ricorrenze letterarie di tutto rispetto, oltre che con gli auspici di fine pandemia, scenario distopico che neppure il miglior Orwell avrebbe saputo immaginare.

Il “tempo della scrittura” si apre con due scadenze d’autore: settant’anni per il suo 1984, capolavoro ripubblicato da Sellerio, e altrettanti per l’opera di Cesare Pavese, che al cospetto de La luna e i falò avrebbe ancora tanto da dire. Per non farci mancare nulla, questo nostro ’21 è centenario della nascita di Leonardo Sciascia e settecentenario della morte di Dante Alighieri. Capiamo bene l’ansia da prestazione del narratore odierno chiamato a misurarsi con simili redivivi, che più passa il tempo più ti pare di vederli e sentirli dibattere, criticare, tracciare voli pindarici e tornare tra le miserie terrene come nulla fosse, padroni di quella dimensione senza spazio e senza tempo che è propria della scrittura, quella vera.

La scrittura capace di esprimere le forme più alte del pensiero, tali che siano le visioni creative, le risoluzioni dell’intelletto o le chiamate alle armi dell’impegno civile e morale. La scrittura grimaldello dei tempi, che osserva, ascolta, scardina, denuncia, inventa. La scrittura perduta, insomma, che poco ci appartiene da quando le preferiamo narrazioni spicciole e altrettanto banali vie di analisi e comunicazione.

Perché questo, aimè, è il tempo dei paragoni arditi e dei premi imboccati col cucchiaino; delle autopubblicazioni, che attenti a non esagerare o si diventa ciechi; del “bookbloggerismo” e “instagrammismo” che dettano tendenza, con buona pace della critica letteraria, questa sconosciuta.

Eppure, questo più di ogni altro è il tempo della scrittura. Se non ora quando – per citare Levi – occorre impugnarla come arma contro la perdita di noi stessi? Sì, perché la scrittura che produce letteratura, non soltanto mera narrazione, ha il potere di incidere sulla realtà smascherandone le contraddizioni, i falsi miti, rivoltandola come un calzino per poi riscriverla con parole nuove, delle quali siamo a corto.

Ecco perché questo tempo che a ogni livello – nell’istruzione, nel lavoro, nel dibattito pubblico e nella prospettiva – ha barattato l’umanesimo con l’empirismo; la democrazia con la tecnocrazia; le relazioni coi loro surrogati, questo tempo che Musil definirebbe di “qualità senza l’uomo” deve essere più che mai il tempo della Scrittura.


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