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Lo scrittore Francesco Sepe

Tempo di lettura 4 Minuti

LA BOCCA dell’acqua è una sorgente che sgorga in montagna e non si sa dove va a finire il rivolo che ne fuoriesce, né con quanta forza o anche violenza. La bocca dell’acqua – è anche il titolo del libro di Francesco Sepe (Cronache marcianesi) – sgorga la viva letteratura, la felice ricreazione della narrativa, l’ebbrezza di una messa in opera tutta di umana avventura. La bocca dell’acqua, infatti, in un piccolo paese di mille anime può essere metafora di pettegolezzo, dicerie, malevolenza, o anche solo viatico che può rivelare antichi dolori mai sopiti prossimi alla Commedia va da sé umana, troppo umana. La bocca dell’acqua è anche un modo di dire per lanciare un avvertimento. “Chiudi la bocca dell’acqua, prima che sia troppo tardi”. Oppure la bocca dell’acqua può essere diventata una fonte disseccata prosciugata dal tempo trascorso.

La bocca dell’acqua nel nuovo libro di Francesco Sepe – ben più che un genere del pittoresco, piuttosto canone di romanzo – svela due delitti avvenuti nello stesso piovoso mattino del due novembre, nel giorno triste in cui i vivi ricordano i morti mentre questi, forse non troppo occulti registi, tessono un’indecifrabile trama. A Marciano scroscia un’acqua violenta, mentre di primo mattino Rino Ventre quarantenne impresario edile e Vanda Cascone sua amante, si recano al cimitero. Ciascuno esce dalla propria abitazione, ignaro di consegnarsi alla morte. Lui ammazzato con un colpo di pistola sparato a distanza ravvicinata fa solo in tempo ad accasciarsi sul sedile della propria auto, lei afferrata da dietro e ferita a morte alla gola con un rasoio affilato, di quelli che si usavano una volta per radersi.

Da qui comincia un’indagine lunga e difficile, inspiegabile il movente dei due delitti che paiono collegati, o forse non lo sono. Indagine affidata al commissario Carmine Savastano affiancato ufficiosamente dal suo amico, il professore di lettere classiche al locale liceo, Felice Festa e dal maresciallo dei carabinieri Antonio Piccolo. Il trio degli investigatori è ben assortito tanto quanto sono diversi i tipi umani che lo compongono. Brusco cinico e disincantato il commissario, insofferente di procedure e formalismi, attento cavilloso e pedante il maresciallo, ligio alla divisa che si onora di indossare, ma a sparigliare le carte è il professore, che davvero è l’asso nella manica della storia. Amico da sempre del commissario, ma pronto ad attaccare briga quando Carmine sbuffa e si annoia a sopportarne le disquisizioni dotte, permaloso, ma pronto a dimenticare, Felice, quando capisce che le sue intuizioni vanno nella giusta direzione. Pian piano affioreranno antichi dolori mai sopiti, anzi tramandati e alimentati con odio implacabile dai figli dei figli.

A Marciano non è vero che le colpe dei padri non ricadono sulla loro prole, così come la vendetta per il dolore subìto deve essere consumata a qualunque costo anche quando troppo tempo è trascorso. A Marciano, niente è come sembra, i buoni, forse, così buoni non sono e i possibili sospetti sono troppo facilmente individuabili e le amicizie quasi mai autentiche. Perfino la camorra fa capolino nei delitti – forse solo in uno – e forse per sbaglio. E c’è pure il figlio del boss locale che crede di poter spadroneggiare. C’è una storia di discariche abusive, ma anche questa lambisce appena la storia. Su tutto aleggia un passato lontano che nessuno è disposto a dimenticare. Un passato dove l’amicizia tra due uomini è divenuta rivalità, dove la donna amatissima dell’uno si è innamorata dell’altro, o forse ne è stata solo sedotta.

Questa storia inizia nel dopoguerra, dove la fame autentica viene insieme alle bombe degli alleati e se ne va solo al prezzo durissimo dell’emigrazione in terra straniera, che lascia soli madri e figli, nell’attesa lancinante di un ritorno troppo lungo da sopportare. I due delitti sembrano procedere come figli di uno stesso piano, ma è troppo facile e scontato incolpare mariti scialbi e insignificanti, piccoli criminali in cerca di rivalsa, sottobosco di malavita. La verità è un’altra e come sempre non è scontata né facile da accettare.

Ci sono in questa storia, la gelosia e il tradimento, la voglia di riscatto e la perdizione, le piccole miserie umane ma anche generosità e voglia di ricominciare e affetti saldi e amicizie autentiche, e anche, perché no? la gioia che deriva dal cibo. Rosa, la moglie paziente di Felice è un’ottima cuoca, ogni occasione è buona per spadellare cibi squisiti che è poi un modo di volere bene. Alla fine i nodi si sciolgono, i colpevoli scoperti, giustizia è fatta, ma solo quella degli uomini, che non sempre è sufficiente e accettabile.

Al lettore, infine, portato nella storia dalla felice mano di Sepe resta il sapore dei sorsi sempre freschi, purissimi e limpidi di una scrittura beata come acqua di fonte immacolata, quella della più smagliante scrittura.


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