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Karen Blixen

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Karen Blixen (da nubile, Karen Dinesen) nasce nel 1885 a Rungsted, in Danimarca: un piccolo paese sul mare a una trentina di chilometri da Copenaghen. Lì trascorre l’infanzia, negli agi della residenza di campagna della sua famiglia, insieme ai genitori e ai quattro fratelli. Il padre, Wilhelm Dinesen, appartiene a una stirpe di ufficiali e proprietari terrieri del luogo. A lui la piccola Karen è molto legata: da lui impara che la natura ha un linguaggio segreto, nascosto; da lui eredita un profondo anelito di libertà e la propensione a immaginare e raccontare storie. Quella che darà forma e sostanza al talento letterario che la consacrerà scrittrice di fama internazionale. Come scriverà in una lettera alla madre, nel 1921: “Se ci riuscirò e se ce la farò a concludere qualcosa nella mia vita, se un giorno potrò vederla con calma e chiarezza, sarà merito di papà. Saranno stati il suo sangue e il suo spirito ad aiutarmi a continuare.”

Wilhelm muore suicida quando Karen ha appena dieci anni, lasciandola a fare i conti con “la più grande disgrazia della vita”. Le resta la madre, a impartirle un’educazione molto rigida – “tendeva a credere che la felicità umana consistesse in una dieta di pane e latte” – alla quale ben presto si ribella. Ne influenza comunque in maniera determinante la formazione, incitandola sempre a seguire la sua vocazione letteraria e il suo talento. Compiuti i primi studi, Karen segue i corsi presso l’accademia di Belle Arti di Copenaghen, dedicandosi in modo disordinato alla pittura. Agli inizi del Novecento, scrive i suoi primi racconti, che passano tuttavia inosservati. Si innamora, non corrisposta, del cugino Hans Blixen, finendo per sposarne il fratello gemello Bror, barone svedese che le trasmette il cognome, il titolo nobiliare e la malattia venerea (la sifilide) che la obbligherà a cure continue per tutta la vita. Con lui, nel 1913, inizia l’avventura africana.

Acquistano una piantagione di caffè ai piedi delle colline di Ngong, vicino a Nairobi, in Kenya e vi si trasferiscono. Trascorrono diciassette anni di tormento e bellezza. Il morbo la debilita e il matrimonio con Bror finisce nel 1925, con un divorzio. Nel frattempo Karen incontra l’avventuriero inglese Denis Finch-Hatton e si innamora. La crisi economica porta al fallimento dell’attività di coltivazione legata alla sua fattoria. Denis muore in un incidente aereo. Nel 1931, la Blixen è costretta ad abbandonare per sempre l’Africa e a fare ritorno in Danimarca, nel piccolo villaggio di Rungsted da cui era partita.

Da quel giorno, la nostalgia per quei luoghi incantati la perseguiterà. In Africa aveva vissuto il tormento della sconfitta e conosciuto la bellezza della libertà spregiudicata. Fin dall’inizio l’Africa aveva rappresentato per lei il luogo “dove custodire un pezzo del cuore, forse il più grande”.

Rientrata in Danimarca, è l’inizio di una nuova, altrettanto potente, avventura. Che ha a che fare con la letteratura: la scrittura. A quella si dedica fino alla fine dei suoi giorni. L’esperienza africana è lancinante di pena, per i lunghi drammi che la lasciano con il cuore spezzato, non ultimo quello di dovervi rinunciare. Ma è in questo passaggio che si compie nella Blixen una metamorfosi: “Di tutti gli idioti che ho incontrato in vita mia – e Dio solo sa che non sono pochi – credo di essere stata la più grande. Ma mi ha impedito di cadere a pezzi un indomabile amore per la grandezza, che è stato “il mio demone”. E ho vissuto una quantità infinita di cose meravigliose. Anche se con altri l’Africa è stata più clemente, io credo fermamente di essere uno dei suoi figli prediletti. Un gran mondo di poesia mi si è dischiuso quaggiù, e mi ha fatto entrare, e io l’ho amato. Ho guardato i leoni negli occhi e ho dormito sotto la Croce del Sud, ho visto le grandi praterie in fiamme, e le ho viste coperte di sottile erba verde dopo la pioggia, sono stata amica di Somali, Kikuyu e Masai, ho volato sopra le Ngong Hills – ho colto la più bella rosa della vita, e Freja ne sia ringraziata.” E, dirà ancora: “Nessuno è entrato nella letteratura sanguinando più di me.”

Usando lo pseudonimo di Isak Dinesen, scrive in inglese il primo lavoro che le regala la notorietà: Sette storie gotiche, una raccolta di sette racconti pubblicata sia negli Stati Uniti che in Inghilterra nel 1934. Tre anni dopo, nel 1937 scrive ancora in inglese quello che rimane il suo capolavoro e che la porta a essere riconosciuta tra i più grandi scrittori del XX secolo: La mia Africa, una sorta di diario in cui racconta i suoi anni passati in Kenya e i suoi rapporti con la natura e i nativi del posto. Nelle sue opere viene sperimentato un genere letterario nel quale la trasposizione mitica e archetipica del racconto si fonde con elementi autobiografici, universalizzandosi.

Sono gli ultimi anni di vita della scrittrice. La sua salute è sempre più precaria a causa della sifilide, che la costringe a lunghi ricoveri in ospedale. Ma c’è la scrittura. E quando non può star seduta alla scrivania, detta i suoi romanzi alla segretaria. La metamorfosi si è compiuta: la scrittura è divenuta il senso della sua esistenza. Non più i cieli sconfinati delle pianure del Ngong, non il mistero animista custodito dai nativi, non le battute di caccia in sfida ai leoni, ma la nuda bianca pagina, i neri tasti della Corona, e la sua straordinaria, animata e viva fantasia. Karen Blixen muore un pomeriggio di fine estate del 1962, all’età di settantasette anni.

Nominata al Nobel per la letteratura con costanza, dal 1955 in poi, non lo vinse mai. Oggi, dopo che sono stati resi pubblici gli archivi storici della commissione fino al 1960, si sa che i giurati preferirono scegliere altri scrittori per non suscitare polemiche su presunti favoritismi verso autori scandinavi. Nel 1954, contattato dai giornalisti dopo l’annuncio dell’assegnazione del premio, Ernest Hemingway sorprese tutti. “Sarei stato felice – più felice – se questo premio oggi fosse andato a quel meraviglioso scrittore che risponde al nome di Isak Dinesen” (pseudonimo con cui la Blixen aveva pubblicato Sette storie gotiche). La baronessa lo ringraziò con un telegramma: “Spesso ho immaginato che sarebbe stato bello condividere un safari, insieme, lungo le pianure dell’Africa”.



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