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Domenico Modugno

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Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si e sul pentagramma una storia tutta italiana che – come nelle favole – inizia in un salone delle feste. È il 29 gennaio del 1951 al Casinò di Sanremo, Nunzio Filogamo che aveva fatto del suo motto radiofonico – “amici vicini e lontani” – il saluto per eccellenza entrerà nella storia della rassegna canora. È lui il conduttore di quel battesimo in sordina. Niente a che vedere con le edizioni degli anni a venire, ma da lì si entra nell’archivio sanremese fatto di canzoni intergenerazionali. Per un specie di sortilegio, anche solo a rievocarne i titoli o a ripescarne a memoria il “motivetto”, ed ecco ripartire la caccia al ricordo di quella o quell’altra edizione.

Ma – come una matrioska – la storia del festival ne contiene diverse. Cambia a seconda del punto di osservazione da cui la si guarda o la si cerca di raccontare. A partire proprio dalle canzoni che – in alcuni casi –“non sono solo canzonette”. Prende vita allora una sorta di diario di bordo di quel che potremmo chiamare “l’altro Sanremo”. Una hit-parade slegata dalla rima festivaliera per antonomasia “cuori, amori e palpiti”. A spulciare nell’albo del canzoniere, infatti, non sono pochi i brani che negli anni si sono misurati – giocando anche d’anticipo – con tematiche diverse intercettando modi e maniere di un’Italia in continua metamorfosi. Alcune di queste canzoni hanno avuto successo, altre meno. Alcune le ricordiamo, altre sono finite nel cassetto, altre sono diventate canzoni-manifesto…

Cominciamo dal “Molleggiato”. È il 1966 Celentano alla sua seconda volta al festival si presenta con  Il ragazzo della via Gluck. Un pezzo che al festival non piacque salvo poi fare incette di vendite e diventare uno dei più conosciuti e amati del repertorio di Adriano. Una canzone  biografica – la via Gluck del  quartiere Greco di  Milano  era una via periferica adiacente alla linea ferroviaria,  dove il cantante viveva da ragazzo con la famiglia – che anticipava (e di molto) le tematiche ambientaliste, la vita nelle periferie e il sogno verde di una quotidianità che iniziava ad essere messa sotto scacco dal cemento. È sempre Celentano che irrompe sulla scena con quella che sarà ribattezzata   “canzone crumira”. Siamo nel 1970: autunno caldo  e scioperi. Al  Festival il ragazzo dei “24 mila baci” si presenta con Claudia Mori, vince e fa rumore con “Chi non lavora non fa l’amore”.

Due anni prima, però, a Sanremo arriva “Nel blu dipinto di blu” intriso di rimandi cromatici e poetici alla Chagall tradotti in musica e parole da Modugno e Franco Migliacci. È il 31 gennaio del 1958: quella sera sul palco della città dei fiori un attore pugliese con i baffetti alla Clark Gable rompe le regole e cambia a braccia aperte il corso della canzone italiana. “Nel blu dipinto di blu” – conosciuta anche come “Volare” – diventa l’emblema dell’Italia e del boom economico. Del difficile mestiere di vivere, per dirla con Pavese, e di malinconia si nutre “Ciao amore, ciao” di Luigi Tenco. Siamo nel 1967 e tutto finisce con la morte di Tenco nella camera 219 dell’hotel Savoy.

Di anno in anno arriviamo al Blasco. Vasco spiazza non una ma due volte. La prima con “Vado al massimo” (1982), la seconda (1983) con un pezzo alla Kerouac. La canzone-manifesto è “Vita spericolata” con cui sdogana alcuni dei riti e dei miti giovanili (Steven McQueen, docet ). Canzoni, voci, volti e sguardi sul palcoscenico.

Simone Cristicchi è tra quelli che osano di più. Con “Ti regalerò una rosa” racconta il dramma, l’amore e la vita scompaginata di chi ha problemi psichiatrici. Vince. È il 2007. Ad Antonio e Margherita, i protagonisti del pezzo, Cristicchi ha saputo dare i colori della fiaba senza rinunciare alla forza della verità di un amore nato tra i padiglioni di un ospedale psichiatrico (ex, dalla legge Basaglia in poi). E sono così compiuti questi due ritratti che poco importa dar loro un nome, un volto, una carta di identità. Non serve. Hanno già vinto, nonostante i pugni della vita. Cristicchi accorcia le distanze in una canzone. Raccoglie “i punti di domanda senza frase”, che erano gli occhi di un uomo. Di un diverso. Sente il brivido freddo che si prova guardando l’ignoto. E non lo scansa.

Così aveva fatto qualche anno prima Giorgio Faletti con “Signor tenente”. Testo come un pugno nello stomaco. Siamo nel  1994. L’eco doloroso delle stragi del ’92 (Capaci e via D’Amelio) e del ’93 (via dei Georgofili a Firenze e via Palestro a Milano), non si è ancora spenta.  Resta nel cuore il “recitar-cantando” di Faletti.  Il pezzo è scandito da quel “minchia” che ha il suono di un battito.

Restiamo ancora negli anni Novanta. Nel 1991 Renato Zero partecipa per la prima volta al  Festival , con “Spalle al muro”, il testo non fa sconti tra solitudine e tempo che inesorabilmente passa. Lunghissimo l’applauso del pubblico in piedi. Renato non vincerà, ma la canzone non sarà dimenticata.  Anzi. Lo scorso anno viene scelta dal rapper Anastasio per la serata dei duetti.   Anche la tematica scivolosa e per nulla semplice dell’amore omosessuale si prende la scena in alcune canzoni. In ordine temporale sparso, accade, ad esempio con “Il postino (amami uomo)” di Renzo Rubino (2013), con “Luca era gay” di Povia (2009) e ancor prima con Federico Salvatore con “Sulla porta” (1996). E in questa storia di canzoni legate a Sanremo non manca neppure il racconto della violenza sulle donne. Lo fa Luca Barbarossa con “L’Amore rubato” (1988).

Non sono esenti gli attentati terroristici che colpiscono al cuore l’Europa.  Siamo nel 2018,  Ermal Meta  e  Fabrizio Moro  conquistano il podio con “Non mi avete fatto niente”. Un testo di contemporanea drammaticità puntella la geografia del terrore (riferimenti agli attentati a Il Cairo, alla Rambla a Barcellona, alla Francia con Bataclan e Nizza, a Londra ma anche alle Torri Gemelle e non solo). Cristicchi che li accompagna nella serata dei duetti legge la lettera che Antoine Leiris, parigino, postò su Fb dopo la strage del Bataclan in cui rimase uccisa sua moglie.

Sempre quell’anno, dietro il motivo scanzonato e il sogno di “Una vita in vacanza”, i cinque bolognesi de Lo Stato Sociale scattano una foto lucida del mondo del lavoro (precariato, compreso). Il pezzo punta dritto alla pancia del Paese reale. Basta rileggere il post di allora sulla pagina ufficiale Facebook del gruppo: “Domenico Mignano, Marco Cusano, Antonio Montella, Massimo Napolitano e Roberto Fabbricatore, operai Fiat di Pomigliano d’Arco. Sono questi i cinque nomi che sono saliti con noi sul palco dell’Ariston. […] Abbiamo pensato che un brano il cui tema è quello del lavoro, seppur con leggerezza, potesse planare su un argomento sensibile e centrale per tutti noi. […] La dedica è per tutti i lavoratori, i disoccupati, i precari, i cassaintegrati e chiunque ambisca a poter vivere una vita in vacanza, non forzata. Felicemente”. Sono solo canzonette?


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