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Eleonora Buratto nel ruolo di Fiordiligi nel “Così fan tutte” di Mozart alla Scala

Tempo di lettura 4 Minuti

Le donne di Verdi? Un universo variegato. Basta un attimo e – per certe sfumature del carattere, per certe vicende, per certe passioni e certi destini – ti appaiono quasi in carne e ossa. Ecco Violetta Valéry protagonista de La Traviata ispirata dalla Marguerite Gautier de “La signora delle camelie” di Alexandre Dumas (figlio); ecco l’ Abigaille del Nabucco figlia (presunta) del re di Babilonia, in realtà schiava. Prese a prestito da Shakespeare sia Lady Macbeth che Desdemona vittima della gelosia di Otello. E poi Amneris figlia di Amonasro, re dell’ Etiopia e padre della principessa Aida; senza dimenticare Luisa Miller figlia di un vecchio soldato in ritiro. Ancora: Leonora de il Trovatore che si avvelena per amore, Elena dei Vespri siciliani sorella del duca Federigo d’Austria. Infine – ma si potrebbe continuare – Giovanna D’Arco, e Odabella figlia del signore di Aquileia che sfida e uccide Attila. Donne da palcoscenico che oggi – con i teatri chiusi – riemergono ancor più dai cassetti della memoria in occasione del 120° anniversario della morte di Giuseppe Verdi. Di eroine verdiane e non solo parliamo con il soprano Eleonora Buratto.

Signora Buratto come ricorda il suo primo incontro con il repertorio operistico del cigno di Busseto?

«Ricordo che Amelia del Simon Boccanegra fu il primo ruolo che mi fu proposto e creò anche un po’ di dubbi. Inizialmente pensai di non essere ancora pronta per affrontare un ruolo così impegnativo, ma a chiedermelo era il Maestro Muti e mi fidai della sua intuizione. Ancora oggi gli sono grata per avermi permesso di aprire un nuovo capitolo della mia carriera».

Ma chi è Verdi per Lei?

«Un compositore immenso, un musicista che con la purezza della sua musica ti obbliga all’onestà nell’affrontare le sue opere. Quando un cantante o un direttore non rispetta questa semplice regola, perde. Bisogna sapersi mettere a nudo, bisogna capire il suo cuore e rispettarlo».

Aida, Abigaille, Lady Macbeth, Desdemona, Leonora, Luisa Miller, Elena, Gilda …Quali tra le “donne” di Verdi lei ama di più e perché?

«Le donne di Verdi le amo tutte, non c’è possibilità di scelta se si pensa alla musica. Forzatamente potrei dire che il ruolo che amo di più è quello di Leonora. In alcune di loro forse posso anche trovare delle affinità, ma la “donna” alla quale più assomiglio è Alice».

Non si può parlare dei personaggi femminili verdiani senza accennare alla Traviata e Violetta Valéry… Quale – a suo giudizio – è la Violetta che tutti dovrebbero ascoltare almeno una volta nella vita?

«Nessun dubbio, quella di Maria Callas».

E veniamo al presente. L’Opera è tornata alla Scala: in scena “Così fan tutte” di Mozart con la regia di Michael Hampe (ripresa da Lorenza Cantini). Sul podio Giovanni Antonini. A lei è toccato il ruolo di Fiordiligi. Cosa le ha lasciato questo personaggio e quanto è stato emozionante cantare alla Scala sia pure senza pubblico per via delle restrizioni?

«Il personaggio non aspettava altro che essere debuttato. Era già pronto a marzo scorso, ma la pandemia mi ha fatto perdere la produzione a Tokyo. Sono molto felice che la Scala mi abbia dato questa possibilità e sono orgogliosa di aver fatto parte della prima opera rappresentata lì dopo la chiusura dei Teatri».

C’è però un precedente scaligero di soli pochi mesi fa: lei è stata anche tra gli ospiti di “A riveder le stelle” con la direzione di Chailly e la regia di Livermore lo scorso 7 dicembre. La Scala pur essendo “vuota” è entrato nelle case di moltissimi italiani grazie al piccolo schermo nel giorno deputato alla Prima. Che ricordo ne conserva?

«Un ricordo bellissimo. Me lo sono goduto dalla platea del Teatro alla Scala ed è stato molto emozionante, soprattutto pensare a quanto lavoro c’era dietro uno spettacolo così complesso, ma per il pubblico da casa fluido e omogeneo».

Palpiti, emozioni e opera non solo per melomani e addetti ai lavori. Del resto, La Scala ha scritto pagine importanti della Storia italiana. Basti pensare all’11 maggio del 1946 quando Toscanini dirige il concerto di riapertura del Teatro ricostruito…

«Sì, la storia della Scala è fortemente intrecciata con quella di Milano, della Lombardia e dell’Italia».

Che effetto le fa sapere e vedere i palcoscenici dei teatri col sipario chiuso a causa della pandemia?

«Per tutti noi artisti è una cosa tristissima. Le produzioni si sono ridotte ad una recita in streaming e non abbiamo certezze di quando potremo riavere il pubblico in sala. Non abbandoniamo la speranza di poter ricominciare la nostra vita, ma per ora non possiamo far altro che adattarci a questo periodo di transizione».

A parte Muti, lei è stata anche diretta da Daniele Gatti e da Zubin Mehta, c’è un direttore del passato con cui avrebbe voluto collaborare?

«Avrei voluto collaborare con molti direttori del passato. Passando nei corridoi della Scala si leggono i nomi dei direttori che hanno fatto anche la storia del teatro. Forse uno su tutti, Toscanini. E Karajan».

Qual è, se c’è, il suo rito scaramantico prima di salire sul palco?

«Non ho riti scaramantici, ma prego sempre Dio e la mia mamma».

Quanto le manca l’abbraccio dell’applauso del pubblico dalla platea o dai palchi?

«Manca moltissimo, il pubblico è parte integrante dello spettacolo. Senza pubblico è come se fosse solo una prova generale».


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