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Una volta c’era il modem. I più giovani non sapranno neanche cos’è, ma si trattava, in breve, di una sorta di scatoletta magica attaccata alla linea del telefono che ti permetteva di collegarti alla rete. Una sorta di commutatore, per passare dal parlare in una cornetta allo scrivere e leggere online. Una magia in quell’epoca, appunto. E ricordo ancora nitidamente quel suono acustico tutto particolare, bi-tonale, che ti segnalava che il tentativo di connessione era andato a buon fine. Quel suono che ti strappava un piccolo sorriso di felicità per essere riuscito a trovare la tua strada nella rete, per aver posto fine insomma a quel tempo sospeso nel quale si era praticamente in una sorta di limbo temporale, né di qua né di là.

Oggi? Un click e sei dentro.

Senza neanche accorgersene, senza passare per quel sia pur breve tempo di attesa; anzi, se non stai attento ti connetti pure non volendo, con qualche tocco casuale di un telefonino.

Ogni tanto ci penso ai rumori, e a quello che significano per ciascuno di noi. E mi è tornato in mente quel rumore – piacevole – del modem proprio in questi lunghi mesi di confinamento a casa a causa della sindemia, quando la vita di quasi tutti si è trasformata in una sorta di esistenza online. Connessi lavoriamo, andiamo a scuola, seguiamo corsi di yoga, cuciniamo, chiacchieriamo, progettiamo il futuro. Ci innamoriamo e disamoriamo, stringiamo relazioni o ne perdiamo per strada. Ascoltiamo anche la radio, magari da un’app dedicata, guardiamo una partita di calcio oppure – seguendo l’ultima moda – chiacchieriamo in stanze a tema sull’esclusivo “clubhouse”, l’ultimo arrivato fra i social che hanno visto un’impennata del loro uso proprio in concomitanza con l’avanzare del Covid19. Siamo passati insomma da un rumore isolato e atteso, che ci faceva entrare online, ad una realtà che oggi è di fatto regolata dai rumori, che a volte per la verità possono essere anche molto fastidiosi.

Eppure il rumore ha un significato se vogliamo positivo, e databile. È quello che, fra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 ha caratterizzato l’avvento dell’industrializzazione e dei meccanismi a combustione che portano la chiassosa voce dei motori; quei rumori che entrano a far parte della quotidianità della vita moderna, e che in qualche modo sono sinonimo di progresso. Qualcuno bene informato racconta, per esempio, che chi vive nel mondo dell’automobilismo abbia registrato il rombo dei motori delle macchine di Formula1 e che usi quel suono come musica per le proprie orecchie nei momenti in cui non lavora…

E c’è chi invece attribuisce al rumore caratteristiche ancora più decisive, come fa l’economista e saggista francese Jaques Attali: “Da venticinque secoli la cultura occidentale cerca di guardare il mondo. Non ha capito che il mondo non si guarda, si ode. Non si legge, si ascolta. La nostra scienza ha sempre voluto controllare, contare, astrarre e castrare i sensi, dimenticando che la vita è rumore e solo la morte è silenzio: rumori del lavoro, rumori degli uomini e rumori delle bestie. Rumori comprati, venduti o proibiti. Nulla di essenziale accade ove non sia presente il rumore”. Il rumore, insomma, ha un ruolo – e che ruolo! – nella nostra vita. La nostra sembra essere una società tesa verso il futuro che si riconosce nel proprio rumore identificandolo come vita. Il rumore viene celebrato, assimilato a qualcosa che ricorda un elemento vitale e gioioso. E d’altro canto il rumore e l’udito svolgono un ruolo centrale, da sempre, nella vita dell’umanità. Ricordiamo infatti che è per mezzo di suoni che ci si rivolge per qualsiasi tipo di confessione, anche quello di qualche segreto magari comunicato con lo sguardo abbassato. E sempre con suoni, lo stesso segreto può raggiungere platee più ampie, anche attraverso l’uso di media come la radio o con l’uso del telefono. I rumori, insomma – forse ha ragione Attali – sono parte della nostra stessa vita. Mai come in questo periodo di connessioni online ce ne siamo resi conto.

La nostra vita quotidiana online è fatta di rumori.

Eliminato quello romantico e bitonale del modem, la realtà virtuale oggi ci permette di comunicare con chiunque, in qualunque momento della giornata, utilizzando in verità un gran numero di rumori. Tralasciamo qui un concetto caro a chi si occupa di informazione e di mezzi di comunicazione di massa (o più in generale all’analisi dei flussi di dati): quello di rumore come “disturbo” causato da una iper-esposizione informativa. E cioè abbiamo a disposizione talmente tante informazioni, da non saper più discernere quelle che sono veritiere ed essenziali (e in questo i social certo non aiutano…). Il problema vero è che abbiamo bisogno – si fa per dire – di una serie di rumori che oramai ci aiutano a vivere in questa vita online che nel frattempo è diventata praticamente la nostra vita. La nostra quotidianità è scandita da suoni che ci ricordano lezioni, esami, appuntamenti, seminari, incontri lavorativi online; o semplicemente ci invitano a rispondere a chiamate su una delle piattaforme che sono diventate le nuove arene di discussione sostituendo aule, sale riunioni ma anche bar e piazze. Online ci laureiamo e beviamo l’aperitivo con amici. Ci incontriamo online per moltissime cose diverse (e qualche volta ci capita anche di chiederci come mai non ci avessimo mai pensato prima) e quello che ci aiuta sono proprio i suoni, avvisi acustici diventati oramai ineludibili. E poi… le notifiche. Siamo in riunione ma ci arrivano mail – bip –, o ci scrivono su WhatsApp – bip bip – o qualcuno ci telefona e trova il “non disturbare” inserito e allora parte il messaggio in automatico – bip bip bip. E vogliamo aggiungere Fb, Twitter, Instagram, Linkedin e chi più ne ha più ne metta?

Siamo ostaggio dei suoni che abbiamo scelto di far entrare a far parte della nostra vita. Siamo passati dal melodioso suono bitonale che ci apriva le autostrade informatiche online ad un frastuono di avvisi in una realtà fatta di una quotidianità online che a volte non smette di occuparsi del nostro tempo neanche nelle canoniche ore notturne.

Sarà per questo che cominciano a diventare di moda le occasioni di condivisione del tempo nel quale, il padrone, diventa il silenzio.

Ci si incontra ma non si è più online. Anzi, il telefonino è proprio spento. Sulla scorta degli insegnamenti che le culture orientali conoscono da tempo immemorabile, il silenzio e l’assenza di suoni diventano gli elementi centrali del pendolo che regola una porzione del nostro tempo: che sia una cena o un percorso di meditazione non fa differenza.

L’importante è staccare la connessione e regalarsi un po’ di salutare silenzio.

Certo, quando sarà terminata la pandemia che ci costringe al rispetto delle distanze sarà meglio. Potremo tornare a stare assieme, vicini. Ma ricordiamocelo: ogni tanto, il silenzio della rete e delle connessioni è veramente salutare. Non vuol dire tornare al passato, non vuol dire rinunciare al progresso, non vuol dire essere retrogradi. Significa, molto più modestamente, provare a prendersi cura di sé stessi.

In quel silenzio che, perlopiù, aiuta a comprendere meglio le (nostre) cose.


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