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Il commissario Montalbano

Tempo di lettura 3 Minuti

Tutti a indagare, a investigare, a caccia di colpevoli e di verità. Quanti segugi del crimine gli italiani hanno visto sfilare sullo schermo di Mamma Rai e non solo. Dal mitico tenente Sheridan, sigaretta e impermeabile sempre dietro, al vicequestore Schiavone, poliziotto atipico con la passione delle canne in un’Aosta gelida e piena di intrighi. E poi Ingravallo, Montalbano, il maresciallo Rocca, Nero Wolfe.

Una lista infinita, la passione per il mistero, le trame oscure, i malvagi e l’ossessione del lieto fine. Tranne qualche epilogo a sorpresa del commissario di Vigata, i cattivi vengono acciuffati e puniti, la giustizia arriva rapida e puntuale, fino a farci cambiare canale rilassati e felici. E quando non sono bastati i nostri, sono arrivati gli altri, la signora in giallo, l’ispettore Derrick. Senza contare le serie tratte da storie vere come quella del Capitano Ultimo, di scena su altre emittenti. I delitti, la paura e le nefandezze dell’umanità raccontate e identificate con i colori: giallo, nero, quasi un’etichetta per non fare confusione con le altre storie della vita.

Un esercito di poliziotti, carabinieri, detective privati a caccia del bene più prezioso e raro di un popolo: la verità. Le loro vicende assorbite come un placebo per curare l’ansia e la voglia che tutto sia sempre chiaro, giusto, con i cattivi nel posto che meritano e i buoni protetti, tranquilli, in salvo. L’effetto rassicurante, come fiabe per adulti, dove ogni sfregio o strappo viene rimesso a posto e torna come prima. Dall’indignazione e l’angoscia per il fattaccio iniziale alla conclusione rassicurante. Il sacrilegio accomodato con la giustizia che mette ordine a ogni cosa.

Ogni comunità ha i suoi eroi al servizio della verità e paladini dello status quo. Noi italiani abbiamo forse un motivo in più per tuffarci nelle giornate piene di Sheridan o di Montalbano. Abbiamo una fame di verità maggiore, dopo mezzo secolo di stragi, strategie della tensione, misteri ingloriosi. Siamo ancora qui che aspettiamo l’esito finale, senza ombre e dubbi, su Piazza Fontana, Ustica, la stazione di Bologna. Non sappiamo nulla della scomparsa di due ragazze vicine agli ambienti del Vaticano, non si trovano neanche i resti del giornalista De Mauro. Sono talmente tanti i nostri misteri che alla fine da qualche parte dobbiamo avere una consolazione che ci faccia ancora sperare e avere fiducia. E poi volete mettere: in una puntata di 90 minuti si arriva alla conclusione, senza i decenni degli iter giudiziari, i passaggi nei vari gradi di giudizio. Le eccezioni, i cavilli, le prescrizioni. E senza gli errori o l’innocente che finisce dentro. La verità, solo la verità, niente altro che la verità.

La Rai ha messo in campo il meglio, con attori, registi, sceneggiatori che hanno reso veri, indimenticabili i personaggi delle storie del crimine, creando figure epiche (si pensi alla Piovra) impegnate nella lotta alle grandi mafie, un altro dei nostri prodotti tipici. Successo scontato e garantito: il Paese che ancora dà la caccia agli assassini di Giulio Cesare ha trovato il modo di evadere dalla realtà. La verità, la verità, la verità. Il vero patrimonio nascosto di un popolo sfiduciato che non vuole arrendersi.

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