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Giuseppe Conte, presidente del Consiglio

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L’OPINIONE pubblica non sa a chi credere: a quelli che denunciano che la situazione è sfuggita di mano, o a quelli che sostengono che non la si può paragonare all’emergenza di marzo-aprile? Dopo aver ridotto la politica a comunicazione, dopo avere aperto tutti i possibili palcoscenici ad una folta schiera di esperti che non sai se ti aiutano con la loro scienza, fanno a chi la spara “strana”, o addirittura si mettono al servizio di questa o quella lobby di potere in vista di future prebende, scopriamo che siamo poco informati e ancor meno diretti. E sì che “leadership” in inglese significa banalmente capacità di condurre.

E’ diventata una banalità scrivere che il paese è disorientato e frastornato, benché fino a non molto tempo fa dirlo era considerato fare del sensazionalismo. Oggi siamo in balia dell’attesa di conoscere se entro sera arriverà il solito DPCM che dovrebbe mettere ordine e ricostruire la fiducia della gente. Abbiamo qualche dubbio che sia in grado di farlo, per la semplice ragione che arriva tardi, dopo che ha lasciato correre anticipazioni di ogni genere e conseguenti prese di posizione pro o contro. Soprattutto non si vede ancora lo sforzo coeso delle classi dirigenti del paese a compattare tutti nella risposta possibile, e dunque non miracolistica, all’emergenza che minaccia di travolgerci. Il governo è debole, difficile negarlo. Il premier non si è mostrato più capace di imporsi come riferimento, molte figure da lui scelte per gestire la situazione si stanno rivelando quantomeno non altezza, vale per i ministri come per i burocrati.

Per quanto sia sempre antipatico dirlo, in questi casi bisognerebbe capire che non si danno messaggi tranquillizzanti senza cambiare un po’ di persone. Lasciamo perdere le macabre immagini delle teste che rotolano, ma più banalmente la chiamata in servizio di figure nuove che possano dare almeno la speranza di avere più capacità da mettere in campo è una vecchia, ma sempre valida ricetta per fronteggiare momenti politicamente difficili. Alcuni si sono buttati nei paralleli storici e hanno ricordato che dopo Caporetto si manda via Cadorna e si chiama Diaz: un po’ semplicistico, ma rende l’idea, anche se non è detto che basti questo per raddrizzare la situazione (peraltro in quel caso cambiarono anche il governo e la sua guida …). Il fatto è che la politica non è in grado di prendere decisioni così impattanti. Il presidente Mattarella non può fare altro che richiamare ormai in continuazione alla coesione nazionale, ma non ha il potere di indicare una soluzione. I partiti di maggioranza sono in competizione fra loro e il più numeroso, M5S, è politicamente inconsistente.

Le opposizioni maggiori faticano ad uscire dalla scelta che sotto sotto hanno fatto per il tanto peggio, tanto meglio. Del resto un vero cambio di passo da parte loro implicherebbe qualche cambiamento traumatico nei rispettivi equilibri interni e tra di essi. Eppure è singolare che con tutta l’attenzione che si mette oggi sulla comunicazione e sulle demagogie di vario tipo non si colga la necessità di tentare almeno una o più mosse di forte impatto simbolico. Lo è tanto più che siamo in prossimità di un momento dell’anno che è ad altissima densità simbolica, perché andiamo verso le festività natalizie, che sommano contenuti tanto culturali quanto banalmente consumistici la cui carica emotiva non può essere sottovalutata. Arrivare in quel periodo in preda ad uno sconquasso tanto sanitario quanto socio-economico sarebbe un colpo durissimo per la tenuta dello spirito pubblico, e al contempo un rischio non sottovalutabile per tutto il nostro sistema politico (intendendo la parola nel senso più alto del termine).

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