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Il presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini

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IL FEDERALISMO fiscale può attendere. L’autonomia differenziata no.  La legge di bilancio 2021 prevede infatti un ulteriore rinvio. Non se ne parlerà prima di un anno. E poiché ne dovrà passare un altro dal giorno della pubblicazione del disegno di legge sulla Gazzetta ufficiale ecco che tutto slitta e si arriverà al 2023.  Di rinvio in rinvio saranno passati così 12 anni da quando fu scritta la legge n°68 del 5 maggio 2011. Prevedeva l’autonomia di entrate della Regioni a statuto ordinario. La terra promessa, il sogno dei governatori padani e leghisti: mettere le mani sull’Irpef, poterne disporne liberamente. 

Scampato un pericolo eccone un altro: l’ipotesi che nel collegato alla manovra rispunti il pallino dell’autonomia differenziata. Il faldone è  inserito tra i Ddl collegati alle decisioni sul Bilancio. L’effetto Codiv-19 insomma non è bastato. La spinta autonomista che aveva ispirato quella legge del 2011 si è esaurita dentro il gigantesco equivoco degli egoismi regionali. La forbice delle diseguaglianze si è allargata. Non sono stati definiti i livelli minimi delle prestazioni (Lep). Calcolati i costi. Determinati i fabbisogni standard.  Ma c’è ancora chi, irriducibile, dinanzi ai disastri combinati dalle venti sanità diverse spalmate nella nazione, agita sottobanco la bandiera del nostro scassatissimo federalismo.

PEREQUAZIONE INFRASTRUTTURA MA POCO O NULLA PER IL SUD

L’ennesimo rinvio, scritto nero su bianco, all’articolo 151 del disegno di legge di bilancio 2021, del federalismo fiscale è ormai un rito. La conseguenza di un cuci e scuci che puntualmente ogni anno rispedisce la domanda di autonomia finanziaria al mittente. Per il Sud, a parte la magra consolazione di aver congelato, si spera, l’autonomia fiscale, non c’è nulla. Non cambiano neanche le modalità di calcolo del fondo sanitario nonostante il Coronavirus abbia messo a nudo la vulnerabilità del Mezzogiorno. Le regioni dovranno rideterminare l’aliquota dell’addizionale regionale facendo riferimento all’imposta dell’anno precedente. Idem per l’aliquota di compartecipazione regionale al gettito Iva.  

La devoluzione rimandata a data da destinarsi?   Il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia subisce pressioni anche all’interno del suo partito (leggasi Bonaccini). Messo alle strette, aveva dato segnali di apertura. Di alcune materie attualmente di competenza statale si poteva parlare. Duplicazioni, norme in concorrenza tra Stato e regioni sulle quali non si è mai fatta chiarezza con il risultato di sovraccaricare la Corte costituzionale di ricorsi e impugnazioni. Una legge quadro avrebbe rimandato la patata bollente al Parlamento fatto salvo il principio, più volte ribadito nella Conferenza Stato-Regioni, che senza la definizione dei Lep non ci sarebbero stati passi concreti in avanti.

L’unica cosa sicura per ora è che nel provvedimento arrivato in Commissione Bilancio alla Camera ci saranno 40 milioni di euro in due anni sul Fondo Montagna. Ma non ci sarà più la distinzione montagne del Nord e montagne del Sud.  L’articolo 156 del dl Bilancio prevede inoltre l’istituzione di un fondo per la perequazione infrastrutturale per gli anni che vanno dal 2022 al 2033. Si arriva a fare persino un timido riferimento alla rete viaria del Mezzogiorno e  alle aree con deficit di sviluppo. Si parla di interventi da effettuare nei territori dove la rete infrastrutturale è carente. L’articolo 149 dello stesso disegno di legge incrementa le risorse per le regioni a statuto ordinario prevedendo contributi per realizzare opere pubbliche e investire nella sicurezza degli edifici. Risorse per il trasporto pubblico, per la rigenerazione urbana, per ridurre l’inquinamento ambientale: 135 milioni di euro nel 2021; 435 mln nel 2022; 424,5 mln nel 2023; 524,5 mln nel 2024. Nessun riferimento al Meridione.

IL GOVERNO SI RIPRENDE LE CONCESSIONI IDROELETTRICHE

Nelle ultime due leggi di Bilancio il governo aveva trasferito risorse e delegato alle regioni la procedura di assegnazione delle grandi concessioni idroelettriche. Ora il dietrofront: viste le “criticità” – si legge – nella concreta attuazione” tutto rientra in mano statali.  Soltanto la Provincia autonoma di Trento ha incardinato una proposta di legge. Si temono “ulteriori distorsioni”. 

La proposta di legge della Lombardia non è mai uscita dal Pirellone, è stata subito oggetto di impugnazione per questioni non di poco conto, come i criteri di riassegnazione delle concessioni, “la violazione delle regole della concorrenza, l’alterazione delle condizioni competitive sul territorio nazionale”.    

Il governo vuol sottoporre a revisione gli accordi raggiunti in materia finanziaria con le regioni a statuto speciale. Verrà costituito un tavolo tecnico con il Friuli-Venezia Giulia. Restano ancora da chiarire però i contenuti delle nuove possibili intese volte ad un generico riequilibrio.  Prosegue intanto, come dicevamo più sopra, il contenzioso legale tra governo e regioni. Il Consiglio dei ministri ha impugnato due leggi regionali, la prima sull’istituzione di un Parco in Puglia, la seconda varata dal Consiglio regionale sardo, Gli articoli contestati riguardavano la nomina dei direttori generali delle aziende sanitarie, gli elenchi regionali degli idonei alle cariche di vertice aziendali e la nomina dei commissari straordinari. Cosa che al governo, in verità, non sempre riesce bene (leggasi Calabria).

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