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Liliana Segre

Tempo di lettura 4 Minuti

“Non ho perdonato”: la gran parte dei media che hanno fatto il resoconto dell’ultima testimonianza pubblica di Liliana Segre, hanno titolato cosi.

È sicuramente un passaggio importante del suo lungo e commovente racconto ai giovani arrivati nella Cittadella della Pace a Rondine nei pressi di  Arezzo per ascoltarla.

E non dimenticare. E magari – come lei stessa ha più volte auspicato – prendere il testimone della sua missione affinché nel mondo non accadano mai più gli orrori organizzati dalle SS di Hitler.

Ma a me, che ho seguito il suo intervento incollata davanti alla tv e che in alcuni momenti non sono riuscita a trattenere le lacrime, è un altro il passaggio che mi ha colpito di più.

Anzi sono due.

E voglio elencarli in ordine inverso rispetto a quanto ha fatto Liliana Segre.

Verso la fine della sua prigionia, quando ormai i tedeschi avevano la consapevolezza di avere perso la guerra, Liliana e le altre giovani ragazze ebree, già sfinite dalla fame e dalla lunga marcia della morte, sono costrette nuovamente dai nazisti a rimettersi in cammino.

«Una gamba dopo l’altra» le ragazze riprendono la marcia, ad un certo punto vedono i nazisti spogliarsi in fretta e furia, buttare le divise, disperdere i cani addestrati ad azzannare chiunque ha un attimo di debolezza, rimanere in mutande per poi darsi alla  fuga nei campi.

Lo fa anche il capo di quel gruppo di criminali assassini invasati pazzi persecutori (questi aggettivi sono miei non della Segre). Lui è proprio lì accanto a Liliana, che non degna nemmeno di uno sguardo mentre si libera della divisa. Butta a terra la sua pistola, a un passo o forse meno dalle ragazze.

A un passo da Liliana.

Era lui quello che dava gli ordini di picchiarle, di frustarle se rallentavano, persino di ucciderle se una volta cadute per terra non riuscivano a rialzarsi all’istante perché le piaghe ai piedi procuravano un dolore insopportabile. Era lui il più crudele di tutti. E ora era li in mutande davanti a lei pronto a fuggire. E soprattutto li davanti a lei c’era la sua pistola carica. Liliana poteva prenderla e sparargli tutti i colpi che erano in canna per sfogare la  sua rabbia, il suo dolore, per vendicare la morte di suo padre e di tutti gli altri che erano stati mandati nelle camere a gas, e tutte le vessazioni subite nei lager.

«Non ho raccolto quella pistola» ha rivelato Liliana. «Potevo farlo, ma ho deciso che non volevo e da quel momento sono diventata la donna libera e di pace con cui ho convissuto fino ad adesso».

Una lezione enorme. Non ha perdonato Liliana. E come si fa a perdonare quegli orrori! Ma non si è vendicata. Ed è questa la vera vittoria contro i nazisti: volevano sterminare gli ebrei, sono riusciti ad ammazzarne milioni, ma non sono riusciti a renderli bestie, automi. Non sono riusciti a renderli disumani. Orribili, come loro stessi. Anche se – ed è questa la seconda cosa che mi ha profondamente colpito nel racconto della Segre – Liliana rivela che è cosi che si è sentita tante volte durante il lungo periodo di prigionia nel lager: orribile. Sì, usa  proprio questa parola.

«Mi sono sentita orribile e profondamente egoista”». È accaduto quando non ha prestato la sua coperta a chi stava morendo di freddo accanto a lei. È accaduto quando non ha dato un pezzetto di pane della sua misera razione quotidiana a chi era diventato ormai uno scheletro.

È accaduto anche quando non si è voltata per lanciare uno sguardo di amicizia e compassione verso Janine, la giovane francese bionda dagli occhi azzurri e i modi gentili che Liliana incontrava più volte al  giorno nella fabbrica di munizioni dove entrambe facevano le  operaie schiave.

Janine in quella fabbrica aveva perso due dita e durante quella specie di roulette russa a cui le prigioniere erano sottoposte settimanalmente – le ragazze sfilavano nude davanti a “una giuria” di tre capi nazisti che decidevano chi poteva ancora lavorare e chi no e quindi doveva morire – quelle due dita mal ricucite fecero diventare Janine un fardello inutile da eliminare.

Liliana era davanti a lei e aveva appena passato quell’assurda selezione. Sentì la sentenza: “al gas”. Immaginò la disperazione dell’amica. Pensò di girarsi solo un attimo per guardarla, per pronunciare il suo nome, per dirle “fatti forza, ti voglio bene”.

Ma non si girò.

«Fui una persona orribile» ha confessato.

Da allora Janine non è mai più uscita dal suo cuore, dalla sua mente, dai suoi ricordi. Ed è proprio a lei che la novantenne Liliana ha  chiesto di intitolare l’arena di Rondine. Ma non è vero cara Liliana, tu non sei stata mai una persona “orribile”. Janine lo sapeva che non avresti potuto girarti. Sarebbe stato un sacrificio inutile, saresti stata punita forse anche con la morte.

E adesso nessuno avrebbe mai parlato di lei, nessuno l’avrebbe ricordata. Erano i nazisti quelli orribili, lo erano i contadini e le persone che chiudevano le finestre quando siete passati durante la  marcia della morte. E lo sono adesso  tutte le persone che fanno dell’odio la loro religione, dell’arroganza  e della sopraffazione il loro stile di vita, quelle che si sentono superiori solo perché hanno il colore della pelle diverso. Un credo diverso.

Non indossano la divisa nazista, ma non hanno nemmeno una pietra al posto del cuore. Solo uno spazio vuoto. Alcuni di loro la domenica vanno in chiesa, ma non hanno la più pallida idea di cosa sia la solidarietà, l’umanità. Gli emigranti che arrivano con i barconi?

Andassero in altri porti, dicono mentre chiudono porte e finestre delle loro comode case. Sono loro quelli orribili, cara Liliana. E ora che tu giustamente hai deciso di non andare più in giro a raccontare la tua storia di sopravvissuta agli orrori, ora tocca a noi cercare di farli tornare alla ragione. Intanto grazie Liliana. 

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