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L’atmosfera è quella straziata e convulsa d’un bollettino di guerra. Anche se tutti noi, abitatori della Lombardia, dovremmo tenere il panico ben oltre la distanza dei due metri sancita dai protocolli sanitari. Mentre scrivo questo pezzo, sono 41 i contagiati dal Coronavirus nella Regione -in teoria- più sanitariamente attrezzata d’Italia, come afferma pubblicamente un preoccupato governatore della Regione Attilio Fontana; stabilendo inoltre che il focolaio è “nel basso Lodigiano” , e annunciando la seconda vittima in Italia, una 76enne di Casalpusterlengo. Sono convinto che ne usciremo. Usciremo da quest’incubo pandemico che, in queste ore, sta minacciando la nostra libertà, le nostre famiglie, il nostro stesso equilibrio psicofisico. Date a un lombardo il tempo di organizzarsi, e il caterpillar delle buone intenzioni si muoverà inesorabile: sono state già rinviate le partite (tipo Ascoli-Cremonese); entro 24 ore dovrebbero essere messi gli ospedali di Baggio e Piacenza per i soggetti in isolamento; interi paesi vivono un’innaturale desertificazione -traffico sparito, locali nudi, silenzi assordanti- come fossimo in Cina.

CINTURA SANITARIA

E si è formata una cintura sanitaria nell’hinterland di Lodi, la Wuhan d’Italia: Codogno, Casalpusterlengo, Maleo, Fombio, Somaglia, Castiglione d’Adda, Bertonico, San Fiorano, Castelgerundo, Terranova dei Passerini. E oltre alla zona rossa del Lodigiano, si registrano contagi anche in provincia di Cremona – Sesto Cremonese e Pizzighettone – e a Pavia. Per non dire della storia, quasi commuovente, dei due medici, marito e moglie di Pieve Porto Morone (Pavia) infettati insieme e ricoverati nell’eroico esercizio del loro dovere di soccorso.

LA PROVA DEL TAMPONE

E il 13% dei cittadini sottoposti alla prova del tampone è risultato positivo, ma vive la sua quarantena con dignità silenziosa, tutta lumbard. Quel che però, a questo punto, un po’ spiazza e solletica inquietudine è la mancanza di velocità del resto della Regione, completamente controintuitiva rispetto all’ipercinesi del pubblico servizio milanese. Faccio un esempio. Un mio conoscente l’altro giorno è venuto a sapere di aver partecipato alla stessa gara podistica del “paziente Uno”, Mattia, l’omone in pericolo di vita ricoverato l’altro giorno all’ospedale Sacco assieme alla moglie incinta. Il suddetto conoscente, che qualche giorno fa si è fatto due linee di febbre pur andando al lavoro, si è preoccupato e per scrupolo ha provato a chiamare i numeri preposti al contenimento del contagio; il 1500 è staccato, la voce al 112 prende i tuoi dati e ti dice “le faremo sapere”, ma nessuno s’è ancora fatto vivo. La Lombardia profonda, evidentemente, non ha ancora elaborato l’emergenza: i numeri verdi sono intasati, le richieste di aiuto sono talmente impreviste e impressionanti nella mole da non riuscire ad essere evase. E la psicosi minaccia di serpeggia nell’immaginario popolare più di quanto si possa controllarla. In Lombardia, di fatto, non è ancora entrata a regime la procedura d’emergenza che s’era attuata nel Lazio, dove ogni sospetto veniva schermato subito all’Ospedale Spallanzani e dopo alla Cecchignola. Qui, il capo della Protezione Civile ha lamentato ufficialmente di non avere ancora ricevuto alcuna risposta dalla autorità competenti riguardo all’elenco delle strutture ospedaliere lombarde che avrebbero dovuto immediatamente mettersi a disposizione per predisporre la quarantena.

LE ORDINANZE DEI SINDACI

Qui, ancora una quarantena vera e propria non esiste non esiste: le persone stanno restando a casa volontariamente perché sono lombardi, gente che di solito possiede un senso civico superiore alla media. Ed è, certo, anche questo un modo per contenere la diffusione del virus, anche se non è esattamente quello che ci aspettavamo. Le ordinanze dei singoli Comuni recitano per voce sola: “Ulteriori probabili indicazioni e/o provvedimenti che saranno presi da Regione Lombardia – Assessore alla sanità, il sindaco in via provvisoria e precauzionale invita la cittadinanza intera a limitare di intrattenersi in luoghi di ritrovo ed assembramento pubblico (esempio bar, impianti sportivi, luoghi religiosi). Siamo in attesa di ricevere notizie ufficiale”. Ma è proprio quello che ci spaventa. L’attesa. Di ordini, di speranza, di buone notizie e di cattivi mattinali. L’attesa, per i lombardi, rischia di incasinare, a volte, più di un agente patogeno…

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