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Gianni Rodari

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IL 23 OTTOBRE del 1920, ad Omegna, in Piemonte, nasce Gianni Rodari e tutto cambia. La storia della letteratura italiana, l’approccio e il rapporto di un popolo con la fantasia, con l’immaginario, si rivoluziona e partono le lancette del cambiamento che porterà ad una nuova percezione della dimensione fantastica. A volte basta un solo uomo e il suo pensiero per cambiare ogni cosa. Certo, di uomini come Gianni Rodari ne nasce uno ogni cent’anni… proprio per questo motivo venerdì prossimo la celebrazione dei cento anni dalla sua nascita acquisiscono un valore particolare, unico, speciale. Rivoluzionario.

Chi è stato Gianni Rodari, e chi sia tutt’ora, sebbene siano passati quarant’anni dalla sua scomparsa, è domanda impenitente e impertinente, che non tollera una sola risposta, e quelle che accetta non possono rispettare un’etichetta cronologica, né un desiderio di completezza. Rodari lo si può celebrare solo raccontando la sua storia (o parte di essa), di uomo, di scrittore, di pedagogista, di giornalista… di rivoluzionario. Il Rodari che vive nell’immaginario collettivo fu scrittore e affabulatore che raccontava favole al telefono, filastrocche in cielo e in terra, storie e parole per giocare, fiabe e fantafiabe, novelle fatte in macchina e che spiegava come solo lui sa fare perché i re sono re. La sua produzione è come un mare fatto di parole che onda dopo onda si infrangono sulla battigia, lasciando storie al ritirarsi della marea. Rodari fu anche giornalista impegnato, che mise la sua prosa al servizio dei più deboli e di quelle lotte sociali che meritano di essere combattute e raccontate. Ma su tutto, Rodari fu in primo luogo un educatore e un formatore, quando questa parola non aveva ancora il carisma della verità che ha oggi. Era questa la sua più intima essenza. Educò i più piccoli all’immaginazione e i più grandi a capire il valore di quell’immaginazione come linguaggio per parlare ai bambini, come chiavistello per entrare nei loro mondi.

Nel suo primo libro, nel 1951, Manuale del pioniere (Edizioni di cultura sociale) Rodari si mostra ideologo del suo tempo. Si sofferma su concetti dalla valenza sociale quale la democrazia, la pace, la ricerca del giusto in un mondo ingiusto, ma lo fa ponendo già da allora la lente di ingrandimento sui bambini e sui ragazzi. Si rivolge agli educatori del tempo e chiede loro la prima rivoluzione di metodo: non l’imposizione, ma l’offerta dell’attenzione, la ricerca di comprensione, di empatia con gli interessi dei ragazzi, in modo da capirne la dimensione esistenziale e trovare il meccanismo con cui far scattare la creatività e il coinvolgimento. Per quell’opera venne “scomunicato” dal Vaticano, che lo definì “Ex-seminarista cristiano diventato diabolico” (Nel 1931 la madre dell’autore lo fece entrare in un seminario, ma comprese ben presto che non era la strada giusta per il figlio). Le parrocchie bruciavano così copie del manuale, ed altri suoi libri, tanto che trovare oggi una prima edizione dell’opera è una vera sfida. Tutto ciò avvenne in seguito alla così detta Scomunica dei comunisti, cioè il decreto della Congregazione del Sant’Uffizio pubblicato il 1 luglio del 1949. Il decreto dichiarava illecita, a detta della Congregazione stessa, l’iscrizione al partito comunista, nonché ogni forma di appoggio ad esso. La Congregazione dichiarò inoltre che tutti coloro che professavano la dottrina comunista erano da ritenere apostati, quindi incorrevano nella scomunica. Rodari al tempo dirigeva la rivista Il Pioniere, il Settimanale di tutti i ragazzi d’Italia legato all’Associazione Pioniere d’Italia (API), realtà che era alla base del crescente interesse e di un progetto ben delineato del PCI per l’educazione delle giovani generazioni. Viene chiamato a Roma da Giancarlo Pajetta per fondare e dirigere quella che si rivelerà un’esperienza da cui germogliò la sua visione. Il settimanale non aveva una politica editoriale edulcorata. Rodari, che fu maestro di fantasia, riteneva che la realtà non dovesse mancare nella formazione dei ragazzi, tanto che Il Pioniere presentò anche fatti cronica, scioperi, scontri tra operai e polizia, con feriti e morti.

Al tempo stesso Rodari non tralasciò mai la parte dell’immaginario, tanto che rimase alle cronache un suo scontro con Nilde Iotti , avente a tema il valore dei fumetti. La Iotti sosteneva che i fumetti fossero “tra le cause di irrequietezza, di scarsa riflessività, […] di tendenza alla violenza […] della gioventù”. In realtà la prima donna Presidente della Camera sbagliava ritenendo, e restando influenzata da ciò, che il fumetto fosse stato“Lanciato da Hearst, imperialista cinico e fascista”, dato che il primo a promuoverlo fu Pulitzer (si, proprio colui a cui fu intestato l’ambito premio giornalistico) sulle pagine domenicali del New York World con Yellow Kid. Quella di Hearst fu solo una risposta alla concorrenza, anche se sfruttò i fumetti e il genio dei suoi autori, primo tra tutti Winsor McCay, per fini politici. Ma questa è un’altra storia. Quella che ci piace raccontare è quella di Rodari, che sulle pagine di Rinascita, sostenne che il fumetto aveva la forza di smarcarsi dai canoni statunitensi e conquistare una nuova autonomia espressiva utile alla diffusione di idee progressiste tra le masse. “Accanto ai libri – scrive Rodari in una lettera la direttore – possono i fumetti essere uno strumento, anche secondario, in questa lotta oggi? Se non possono smettiamo di stamparli”. I fumetti non sparirono, nonostante la dura risposta a Rodari di Togliatti, che era appunto il direttore di Rinascita, il quale dichiarò. “Per conto nostro non metteremo a fumetti la storia del nostro partito o della rivoluzione”. Aveva ragione Rodari, visto che di racconti a fumetti dedicati al Comunismo e alla desiderata rivoluzione citata ce ne sono oggi a bizzeffe.

Ma il focus non è la solo la figura di un uomo che resta sempre sé stesso anche a fronte del vento che gli soffia contro tanto da destra quanto da sinistra, ma piuttosto la capacità del pedagogista di guardare oltre i suoi tempi. Lo dimostrerà di nuovo nel 1973 con la Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie, la sua opera di pura teoria più importante. “Quello che io sto facendo – scriverà l’autore – è di ricercare le ‘costanti’ dei meccanismi fantastici, le leggi non ancora approfondite dell’invenzione, per renderne l’uso accessibile a tutti. Insisto nel dire che, sebbene il Romanticismo l’abbia circondato di mistero e gli abbia creato attorno una specie di culto, il processo creativo è insito nella natura umana ed è quindi, con tutto quel che ne consegue di felicità di esprimersi e di giocare con la fantasia, alla portata di tutti”.

Rodari non si limita a codificare alcuni meccanismi narrativi e le genesi da cui derivano. Si rivolge “a chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola”. Il racconto diviene dunque educazione, strumento di formazione e la formazione, soprattutto per i più giovani, resta una preghiera alla dea speranza, per un futuro che ci trovi più pronti. Gianni Rodari, a 100 anni dalla sua nascita lo vogliamo ricordare e celebrare così: come l’uomo che sapeva già allora che alla fine saranno i nostri ragazzi a salvarci tutti, magari proprio grazie all’invenzione di una storia fantastica.

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