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Valery Borzov in una illustrazione di Roberto Melis

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Il primo a capire le doti di sprinter di Valery Borzov, bambino in Ucraina (classe 1949), il primo “allenatore” si chiamava Tuzic: metodologia semplice, niente a che vedere con i diagrammi, i filmati, la biomeccanica all’alba del computer che sarebbero venuti dopo. Il programma era semplice e quotidiano: Tuzic scattava per primo, Valery doveva inseguirlo e raggiungerlo. Quando riusciva nell’impresa il premio era un abbraccio, un rotolarsi insieme per terra. Tuzic era il cane di Valery.

Fu ben diverso il rapporto di Borzov, ormai teenager visionato, sezionato e selezionato dai reclutatori dello sport sovietico, con il fisiobiologo Valentin Petrovsky, sul cui manuale, “Guida allo sprint”, basato sull’esperienza con Valery, sono cresciuti e hanno preso velocità generazioni di atleti: “Un vero team di scienziati – ha raccontato Petrovsky – studiò tutti i fattori possibili legati alla velocità, abbiamo calcolato l’angolo di spinta durante la corsa, la posizione del corpo alla partenza, il tempo di reazione e molti altri fattori. Abbiamo studiato modelli di velocità e vivisezionato le gare dei più grandi sprinter del presente e del passato. Quando è venuto fuori il modello ideale dell’atleta, basato su osservazioni scientifiche, abbiamo iniziato a cercare di metterlo in pratica e costruirlo in pista: il tutto si può paragonare all’allenamento di una ballerina”.

I RITRATTI DI PIERO MEI

Fu così che dai 17 anni in poi nacque e crebbe la leggenda del “campione costruito in laboratorio”: si diceva così, mettendo nella parola “laboratorio” tutta la malizia possibile, che faceva pensare anche alla possibilità di pratiche occulte e proibite. Era, al contrario, tutto frutto di studio: perfino la selezione iniziale. A Borzov piaceva il salto in lungo, ma a quei tempi quel che piaceva ai ragazzini (e alle ragazzine) specie nel mondo dell’Est contava poco o niente: contava ciò che la misurazione dei parametri fisici e l’attitudine mentale suggerivano. Se piaceva l’atletica ma eri più adatto al canottaggio, diventavi canottiere. Borzov diventò velocista, ed olimpionico, oltre che svariate volte campione europeo e recordman continentale.

Tutto quello studio preventivo, al quale poi Valery partecipava con sedute di studio più lunghe di quelle dedicate all’allenamento sul campo, lo portarono a risultati strabilianti, come il tempo di reazione, quello che passa tra lo sparo e lo stacco, che portò a 0,12 secondi. Il limite di tolleranza è 0,10, sotto il quale è falsa partenza (“non ne ho fatta una in vita mia”, si vantava Valery). Oppure a quel che scrisse sul New York Times il premio Pulitzer, Red Smith: “Sul traguardo non aveva un capello fuori posto”. L’equilibrio studiatissimo aveva comunque anche basi empiriche: per migliorare il tempo di reazione Borzov provava la partenza al semplice rumore di una moneta che cadeva su di un piattino ora posto davanti a lui, ora alle sue spalle.

La velocità era il suo modo di vivere: “A volte – ha detto – camminando per strada, addosso il cappotto e il capello in testa, mi veniva una voglia pazza di mettermi a correre tra la gente; solo le convenzioni mi trattenevano dal farlo; chissà cosa avrebbero pensato vedendomi”. Lo faceva in pista: si presentò a Monaco da due volte campione europeo dei 100 e tra i favoriti se non il favorito; a cavallo del 1970 la velocità americana non sembrava “quella di una volta”, ma ai trials erano andati in due (Hart e Robinson nell’ordine) alla velocità del record del mondo, uguagliando il 9.9.

Borzov però aveva molta fiducia in se stesso (“e molta fame: la fame è la benzina dello sprinter, Mennea ne aveva quanto me”) e nel fatto che poteva battere gli americani, il che per i sovietici era un di più, e diventare il primo uomo dell’Urss a vincere una medaglia d’oro in una gara di atletica sotto i 5000 metri.

Fece entrambe le cose: nei 100 fu avvantaggiato dallo scellerato errore d’orario che mise fuori gara i due mondiali americani (“io ho battuto chi c’era”, commentava gelido Valery), ma nei 200 sconfisse tutti e tre loro, Larry Black, Larry Burton e Chuck Smith. Fu di 10.14 il tempo nei 100 (ma in semifinale aveva corso in 10.7, record europeo) e di 20 secondi netti quello sui 200. “È così facile vincere l’oro?” dice che pensò, ma lì per lì non lo confessò, giacché era talmente furioso per tutte le chiacchiere dopo i 100, per i propositi di vendetta degli statunitensi, che attuò un personale silenzio stampa. Chissà se pensava a quello cui pensava durante il riscaldamento, i boschi e la pesca. Perché uno dei suoi segreti era il relax fino ai blocchi, alla Bolt senza la componente del clown, tutt’altro. L’aveva imparato da ragazzo quando, come gli altri atleti dell’Istituto di Kiev dove viveva, doveva correre con una sottile striscia di carta fra i denti: quelli che vi lasciavano l’impronta venivano ritenuti adatti allo scopo, gli altri vuol dire che si facevano prendere dal nervosismo.

Non volò soltanto a Monaco, Borzov, né ad Helsinki, Atene o Roma, luoghi dove in successione divenne campione d’Europa. Volò anche, e tutt’ora vola se non si è perso, nello spazio. La foto del suo arrivo nei 200, l’immagine del “non un capello fuori posto” è a bordo del Voyager, inserita nel disco d’oro che potrebbe essere trovato da qualche alieno e dargli così notizie su noi umani.

“Questo è un regalo di un piccolo e distante pianeta, un frammento dei nostri suoni, della nostra scienza, delle nostre immagini, della nostra musica, dei nostri pensieri e sentimenti. Stiamo cercando di sopravvivere ai nostri tempi, così da poter vivere fino ai vostri” è il messaggio inciso dal presidente americano Jimmy Carter e che precede le 115 immagini del mondo, tra cui l’arrivo di Borzov, la barriera corallina in Australia, bambini di ogni etnia che carezzano un mappamondo, l’interno di un supermarket, una mamma che allatta, un aereo in volo, una pagina di Newton. Sono registrati anche indirizzi di saluto in 55 lingue del mondo che vanno dall’accadico che parlavano assiri e babilonesi fino al wu che parlano i cinesi di Shanghai; brani musicali di Beethocen, Bach e Mozart ma anche un canto notturno dei Navajos, El Condor Pasa, il jazz di Louis Armstrong, il folk dei Mariachi, le note di Stravinsky e Chuck Baker in Johnny Be Goode. Ci sono i suoni delle eruzioni dei vulcani, dei terremoti, dei fulmini, del vento e della pioggia, i versi dei lupi e degli elefanti, il canto delle balene e il motto latino “per aspera ad astra” in alfabeto Morse. E c’è Valery Borzov che, come Buzz Lightyear, il personaggio di Toy Story, il primo film d’animazione completamente realizzato in computer grafica (in laboratorio, dunque…) corre “verso l’Infinito e oltre”.


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