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Jan Jongbloed Illustrazione di Roberto Melis

Tempo di lettura 5 Minuti

La prima volta di Jan Jongbloed avvenne a 22 anni a Copenaghen e fu breve: appena sei minuti. Non fu nemmeno di soddisfazione. Entrò dopo tre gol subiti dal suo predecessore e ne prese un quarto: la sua Olanda, che non era ancora l’”Arancia Meccanica”, perse 4 a 1 contro la Danimarca. Era il 1962.

Jan non fu più chiamato per 12 anni. Non gli importava molto, in definitiva. Lui preferiva la sua vita da semiprofessionista del pallone, come erano gli olandesi del tempo. Aveva una tabaccheria e la maggior parte del suo tempo la passava lì. Oppure andando a pesca, che era l’altra sua passione oltre il calcio.

Abbastanza tozzo di corporatura (179 centimetri per 84 chili), le gambe pelose, giocava “meglio con i piedi che non con le mani”, come avrebbe detto più tardi Cruyjff, e questa sarebbe stata la sua carta vincente per Rinus Michels, l’allenatore che quell’”Arancia Meccanica” calcistica scrisse, il “total football” che è stato la base del calcio moderno e postmoderno. Chissà che il suggerimento del potentissimo Johan non sia stato il viatico per la grande avventura di Jongbloed. E che Jan privilegiasse i piedi e le gambe alle mani lo diceva il suo stesso abbigliamento da gara: sfoggiava due paraginocchia come usano i pallavolisti mentre si presentava sempre a mani nude. Diceva che i guanti gli toglievano sensibilità, erano scivolosi, e che il pallone bisognava abbrancarlo, abbracciarlo, in fondo sentirlo. Mani e pallone erano fatti per toccarsi, le ginocchia per non farsi toccare.

Alla Nazionale Jan non pensava più, nel 1974. Aveva passato quei dodici anni nella sua squadra, la DWS, Door Wilekracht Sterk, quella dei “Forti per volontà” come recitava il nome nascosto nell’acronimo. Brevemente, ai suoi inizi, la squadra s’era chiamata “Fortuna” e poi “Hercules”. Ma ora era la DWS, pure se s’era fusa con il FC Amsterdam, divenendo uno di quei team delle grandi città che subiscono la supremazia di altre presenze ma ogni tanto si tolgono una soddisfazione: la DSW vinse pure uno scudetto in quegli anni di mezzo fra la prima e la seconda volta arancione di Jan.

Quel posto in Germania doveva essere, pensava Joengbloed e tanti come lui in Olanda, di un altro Jan, Jan van Beveren. Ma pochi non la pensavano così: tra questi Cruyjff. Van Beveren aveva rifiutato come manager personale Coster, e Coster era il suocero di Cruyjff. E poi trattava non con deferenza “i re di Spagna”, che erano Johan e Neeskens, quelli del Barcellona. In più aveva subito un infortunio da cui si era appena ripreso. C’era una amichevole ad Amburgo. “Gioco solo 45 minuti” disse Van Beveren, senza aggiungere, ma pensandolo, “come i re di Spagna”. “Novanta minuti o niente”, gli fece Michels. “Niente”, rispose Van Beveren andandosene. E Michels chiamò Jongbloed.

E lui preparò la valigia: ci mise gli asciugamani di casa, perché dodici anni prima non ce n’erano nel corredo della squadra e si era trovato a disagio, e le canne. Da pesca, va specificato: in fondo siamo in Olanda… Magari qualche lago, qualche fiume, qualche pomeriggio, pensava.

Gli danno la maglia e il numero: è l’8. L’Olanda è curiosa: non distribuisce i numeri secondo i ruoli ma va in ordine alfabetico. Fa una sola eccezione: Cruyjff vuole sempre il suo 14. Fosse stata valida la regola anche per lui. Johan avrebbe avuto l’uno e Jongbloed sarebbe sceso al nove, il numero del centravanti.

Jan si aspettava di essere il terzo portiere. Sarebbe stata una bella storia da raccontare, comunque: ai clienti amici della tabaccheria ed a suo figlio, il piccolo Erik che aveva allora 11 anni e già imitava papà tra i pali della scuola calcio della DSW. Però il giorno prima dell’esordio, che avvenne ad Hannover contro l’Uruguay, Michels gli disse: “Domani sarai tu il titolare”. E’ che giocando tecnicamente con i piedi (il che nel calcio è buono) al cittì olandese serviva un difensore in più, che duettasse e costruisse il gioco, intuizione d’attualità. L’Olanda vinse 2 a 0. Vinse anche il girone senza subire un gol, ma solo un autogol senza influenza (di Krol, contro la Bulgaria sconfitta 4 a 1). E senza gol e con tre vittorie finì anche il girone successivo. Argentina, Germania Est e Brasile furono le vittime. L’altro girone di semifinale fu della Germania Ovest. I tedeschi occidentali e gli olandesi erano i finalisti. Jongbloed vi era arrivato senza macchia, l’”Arancia Meccanica” con i favori del pronostico. Quel calcio totale, bello e veloce, non doveva, non poteva essere maltrattato dai “panzer”.

E tutto cominciò in quel verso: palla d’inizio agli arancioni, nessun tedesco la tocca, passaggi veloci, Cruyjff è in area, l’avversario Hoeness lo stende, rigore. E Neeskens segna. E’ il secondo minuto. Tutto è già finito in gloria orange. Anzi no, “la palla è rotonda” si banalizza, e rotola a favore di Germania. Che alla fine del primo tempo è avanti 2 a 1. E lo sarà anche alla fine del secondo. Al piccolo Erik la storia sarebbe piaciuta ugualmente.

Agli Europei del ’76 Jongbloed venne convocato ancora, ma fece solo panchina. Ormai sulla Nazionale aveva messo una croce sopra. Però prima dei Mondiali del ’78 in Argentina gli arrivò un’altra telefonata a sorpresa, quella di Ernest Happel, l’austriaco che era il cittì dell’Olanda nell’occasione.

Partì titolare nel “mondiale dei generali”. Giocò le partite del girone iniziale, fino a quella con la Scozia: l’Olanda perse 3 a 2, passò il turno per differenza reti ma Jan fu ritenuto il maggior responsabile di quella sconfitta che fu, a suo modo, “storica”. La Scozia doveva segnare 3 gol in più ed andò sul 3 a 1 con il gol di Archie Gemill, un gol fantastico che sarebbe entrato nella leggenda quando il protagonista del film di culto, “Transpotting”, pronunciò, dopo un felice amplesso debitamente ripreso, la battuta “non mi sono sentito così bene da quando Archie Gemill segnò all’Olanda nei mondiali del ‘78”, frase che rappresentò cinematograficamente l’identificazione di origine psicanalitica fra il gol e l’orgasmo. Quel gol fu anche giudicato “il più bello del mondiale”.

Jan uscì dalla porta. Ma rientrò dalla finestra di un infortunio che costrinse alla resa Piet Scheijvers. E giocò la finale, quella finale “segnata” contro l’Argentina. “Signori, due punti”, pare fosse stato il discorso motivazionale di Happel nello spogliatoio. Non andò così e fu l’ultima volta di Jongbloed in Nazionale. Ma era una seconda storia da raccontare ad Erik, ormai adolescente.

Domenica 23 settembre 1984 Jan a 44 anni ed Erik a 21 erano entrambi impegnati in una partita: il padre era a Rotterdam con la sua squadra di allora, i Go Ahead Eagles, il figlio ad Amsterdam con la DSW. Pioveva ad Amsterdam, un temporale di fulmini. “Vai, Rob, ci penso io” fece Erik al compagno Stenacker che voleva effettuare il rinvio. Piazzò il pallone, andò per calciare e proprio in quell’attimo si scaricò, proprio lì, il fulmine che bruciò la sua vita di ragazzo dal grande avvenire. A Rotterdam l’allenatore chiamò subito Jan, lo fece salire in macchina vestito da portiere e lo accompagnò ad Amsterdam. Non era un’altra storia da raccontare ad Erik, era la peggiore delle tragedie.


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