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NON GLI sarà lieve la terra, perché non è stata lieve la vita. Con la scomparsa di Diego Armando Maradona non è la morte che si abbatte su di lui, quanto piuttosto la morte che schiaccia tutti noi. Lui resterà, noi passiamo. E sapere se l’intervento al cervello, al quale è stato sottoposto meno di un mese fa, è stata la causa o l’effetto, non ci basterà per accettare una spiegazione. Anche se non è razionale pensarlo, eravamo tutti silenziosamente convinti che l’uomo, ormai gonfio e sfatto, confuso e irascibile, fosse in grado di sopravvivere alla sua leggenda e potesse spingere oltre i confini della sopportazione quel suo corpo pesante che in campo e fuori aveva saputo ballare, palla al piede, tra avversari e agguati.

Diego è morto, ma resta il più grande calciatore di tutti i tempi, adorato a Buenos Aires, venerato a Napoli, le due città alle quali non ha saputo sottrarsi mai. Ha vinto e segnato, alzato coppe e trofei, sbagliato vita e saputo inventarsene altre dieci o cento, da guitto a Masaniello, capobanda e capopopolo, simbolo della bellezza calcistica e della dissolutezza morale, il più grande in tutto, il primo a farsi male senza pentirsene troppo. È stato immenso e inarrivabile perchè tanti hanno giocato, ma nessuno ha fatto innamorare tanta gente come lui. Il suo non è stato un gioco, ma un sortilegio continuo tra se stesso e quello che sarebbe riuscito a fare e anche a subire. Per questo l’amore con lui è durato tanto e ancora dura, come con nessun altro prima, in nessuna disciplina e da nessuna parte del mondo.

Perché Maradona è stato un calciatore unico inarrivabile? Perché è il più grande e nessuno sarà mai come lui? Prima di tutto per la sua diversità. Era basso, traccagnotto, aveva (calcisticamente) solo il piede sinistro, si allenava poco e male, dormiva mai, fumava tanto, beveva e tirava di coca. Eppure in campo era imprendibile e creativo, orizzontale e verticale, rapido e rapsopdico. Sapeva fare tutto. Dribblare, intanto. Alternando accelerazione a frenata, abilità a sfrontatezza. Non è necessario ricordare il gol che fece all’Inghilterra, scartando mezza squadra avversaria e partendo da metà campo. Nella sua immensa storia di bomber vanno ricordati pure i gol di testa (lui di testa!) al Milan, in anticipo sul portiere Giovanni Galli, o quello di punta, in mezzo all’area fangosa di Genova, che lanciò il suo Napoli verso il primo scudetto. Questo per dire che è stato un calciatore totale e che ad esaltarlo non c’è stato solo il gol. Ne fece uno agli inglesi, usando proditoriamente una mano, e disse, geniale e visionario, che era stata la “mano di Dio”, quella che sanava le bellicose iniquità al tempo del conflitto delle Malvinas.

Era grande perché sapeva muoversi in sincronia con la palla, perché sapeva esaltare i compagni con un assist o trascinarli con l’esempio. In campo aveva il coraggio di fare tutto ciò che gli è mancato nella vita, forse perché solo il campo è stato la sua vita, la sua “heimat”, il luogo dello spirito. Diego è sempre stato un uomo contro. Contro il potere nel calcio (Blatter il suo più acerrimo avversario), contro le dittature, contro le oligarchie, contro il conformismo politico e sociale.

Ma più che un rivoluzionario (amava il Che e gli piaceva Cuba, dove era sempre accolto come un sultano) era un anarchico ludico. Non ha mai amato le gerarchie, nemmeno quelle dello spogliatoio, e anche con gli allenatori ha avuto rapporti controversi. Detestava Ottavio Bianchi, che chiamava beffardamente Settimio, nonostante avessero conquistato il primo scudetto a Napoli insieme. Di recente si è saputo che avrebbe voluto Arrigo Sacchi sulla sua panchina anche perché Sacchi, il profeta del gruppo e l’esegeta del collettivo, più volte aveva detto pubblicamente che esisteva un solo calciatore in grado di far vincere da solo una squadra, quindi di porsi agli antipodi della sua dottrina. E questo giocatore era Maradona.

Diego, nelle sue altre vite, ha provato anche ad allenare, ma senza estro e senza fortuna. Il calcio era in lui, non era in grado di estrarlo, né di esportarlo. E forse, in fondo, un po’ si annoiava a guardare giocate così diverse e così lontane dalle sue.

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