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BARBA E CAPELLI - L’insostenibile leggerezza della ministra

Stefani, tanto rumore per nulla, visto che i numeri li dà lei

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Il ministro Erika Stefani
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Sta coi frati e zappa l’orto, dicono a Roma per indicare chi si sfila dalla linea del fronte e distrattamente lustra pomodori. Erika Stefani – ministro e non ministra, (ci tiene), alle autonomie regionali - sta davvero con i frati in un Bed & Breakfast romano tenuto da preti, dove è obbligata a rientrare alle 23 salvo giustificazione scritta del Presidente consiglio dei Ministri. Ma non può portare in cella neanche un sottosegretario maschio o femmina che sia. Prima colazione, inclusa. Lei: faccia molto furba e allenata ad arti marziali mentali. Sa parlare a lungo con toni scanditi e con alternanza di maschere facciali, senza dire assolutamente nulla. Occhi fessurati chiari come feritoie da spingarda, roba da Trono di Spade in contorno di draghi fritti. Ha studiato teoria del gioco ed è campione del gioco del cerino.

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Tutti sanno, sappiamo, sapranno, chi si scotterà alla fine. Lei non soltanto lo sa, ma è l’autrice del progetto: come fregare il Sud stavolta in via definitiva e irreversibile, ma con un sorriso meccanico. L’autonomia differenziata, gorgoglia con orgoglio, non la vogliono soltanto il (suo) Veneto, l’Emilia Romagna e la Lombardia, ma – pensa che sorpresa – anche il Piemonte, la Liguria, la Toscana, l’Umbria e le Marche. Dice con una certa auto-tenerezza, che tutto il percorso è nuovo, “non c’è un librètto, non c’è un vademecum”, ma solo due righe vaghe dell’articolo 116 della Costituzione in cui si dice che le Regioni possono chiedere qualche ulteriore autonomia. È contenta che non ci siano norme, che non ci siano regole, ma solo righe il test delle macchie d’inchiostro in cui chiunque può leggere o interpretare a sua discrezione quel che vuole.

Stato e Regioni hanno già fatto un disastro scavalcandosi su scuola, infrastrutture, finanze, tasse e tutto il resto? Poco male: eccoci qua, dice l’astuta ministra dai capelli artisticamente scarmigliati tipo Medusa con serpentelli, adesso siamo arrivati noi che – con una procedura del tutto nuova perché l’ho inventata io –ci apprestiamo – leggetemi le labbra – a fare Quel. Che. Caz… Ci. Pare. E. Piace. Chiaro? Se incalzata, si rifugia nella solita parola magica: Territorio. Territoriale.

Le Regioni conoscono il loro territorio. Le Regioni snelliscono la burocrazia. Le regioni hanno un buon profumo. Le Regioni leggono gli oroscopi. Le Regioni hanno bisogno di spazio, hanno bisogno di manica larga, vanne lasciate in pace mentre fanno – di nuovo – quel che ca… gli pare. Muove le mani con gesti inclusivi, si ferma con pause da training di filodrammatica, sorride quando le si fa una domanda, come se dicesse questa la so, mi sono preparata, adesso ve la dico. E lo dice. Che dice? Niente. Dice che si può fregare mezza Italia, peraltro distratta e consenziente, sfilandole il portafoglio dalla tasca. Si può rendere la sanità altrui (del Sud, per intendersi) morta stecchita a vantaggio di chi al Nord sa fare bene ciò che non sta scritto da nessuna parte, ma che importa, tanto adesso ci pensiamo noi e ve la mettiamo là dove il satirico Altan colloca la punta del suo ombrello.

Sorride elettricamente. Ha la pazienza finta dei leghisti addestrati come marines. Anni fa passò un momento terribile per tua emorragia cerebrale da cui uscì guarita e anzi rafforzata. Suo padre l’addestrò da bambina alla droga delle motociclette e delle corse, dove lui, il padre, ha perso la vita in maniera orribile. Erika non è una donna da poco, non una che ignori dolore, sofferenza e che non sappia che per vincere devi saper mandare fuori strada l’avversario, ingannarlo, giocare di tacco e di punta. E’ un personaggio tre punto zero della politica perché sa creare l’idea di un progetto che non ha precedenti, non ha fondamenti, non ha norme, non è nello spirito della stessa Costituzione da cui però trae distrattamente spunto per realizzare il sogno di Bossi punto uno: spaccare l’Italia separando il Nord dal Regno delle Due Sicilie e dallo Stato della Chiesa. Il Sud, che ha portato alcuni milioni di ettolitri di sangue nelle fabbriche del nord, nelle case di ringhiera, nelle aziende delle catene di montaggio, avrebbe finalmente quel che merita: un calcio nel sedere e un pugno di mosche elegantemente confezionate. Alla ministra/o i numeri non servono. Li crea. L’Italia adesso la rifacciamo noi e vedrete che starete tutti benissimo, con tutto quel bel sole che avete laggiù.

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