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Il Governo sforna di continuo provvedimenti su provvedimenti. Alcuni sono indubbiamente apprezzabili. Resta però l’impressione – e forse qualcosa in più dell’impressione – di un procedere caotico, senza alcun disegno unitario di lungo periodo. Occorre mettere ordine. Il Governo deve operare secondo una linea chiara e comprensibile dai cittadini, dei quali deve saper guadagnare il consenso intorno a quel che vuol fare. Il consenso dei cittadini è indispensabile. Alla lunga senza di esso, non si fa molta strada.

Il Governo, insomma, deve procedere sulla base di un Progetto Paese inteso come un documento, solitamente pluriennale, in cui sono elencate le cose da fare, eventualmente distinte per anno, i costi da sostenere e le relative coperture. Come è noto le coperture sono costituite essenzialmente: 1) dalle imposte, 2) dalla riduzione di spese di precedenti iniziative che vengono ridimensionate o abbandonate, 3) dal prestito o meglio dal deficit e dal conseguente indebitamento. Le fonti più note sono la 1) e la 3), tanto che a volte si discute se aumentare le imposte o il deficit, assumendo implicitamente che tale deficit possa essere poi riassorbito attraverso gli effetti positivi che, nel tempo, produrranno le spese. Pressoché trascurata è invece la fonte di cui al n. 2). E invece ad essa bisognerebbe dedicare più attenzione perché, se non si vogliono aumentare di continuo le imposte portandole a livelli insostenibili, bisogna saper tagliare le spese precedenti o perché gli obiettivi che esse si proponevano sono stati raggiunti o perché, grazie ad una maggiore efficienza, sono necessarie meno risorse.
Questo è un punto su cui bisogna attentamente riflettere: le voci di spesa non possono continuare indiscriminatamente ad aumentare. Ve ne sono alcune che fatalmente aumentano, e forse è bene che aumentino, ma ve ne sono altre che possono e debbono essere tagliate, se non si vuole rendere insostenibile la pressione fiscale.
Dobbiamo attrezzarci per operare sistematicamente questo taglio, per sottoporre a costante verifica quello che facciamo e il modo in cui lo facciamo.

Dobbiamo evitare che una volta entrata in bilancio una «voce» di spesa possa solo aumentare. Dobbiamo abituarci a cancellare le spese non più necessarie. Non dobbiamo aspettare che sia la Corte dei Conti o qualche studioso di buona volontà a denunciare certi sprechi. Deve combatterli chi, al più alto livello, redige il bilancio, contrastando in tutti i modi il tacito principio della spesa storica, ormai entrato a vele spiegate nella pseudo cultura del bilancio statale.
Probabilmente in una prima fase, potrebbe essere opportuno indicare, in calce al bilancio, i capitoli di spesa soppressi e quelli che hanno subito diminuzioni.

In conclusione, non si possono aumentare le spese, facendo conto solo sulle imposte o sul deficit. Così si va inevitabilmente incontro al dissesto. Occorre qualificare la spesa destinandola a cose di cui vi è effettiva necessità.
La costruzione del bilancio non può avvenire apportando pigramente variazioni al bilancio dell’anno precedente. È un metodo largamente seguito ma che porta inesorabilmente a perpetuare inefficienze e cattiva utilizzazione delle risorse. Bisogna sapere mettere tutto in discussione. Bisogna applicare la tecnica del «budget zero» cioè costruire il bilancio muovendo dalle cose da fare senza lasciarsi condizionare dalla spesa storica.

Che cosa possiamo aspettarci da questo cambio di procedura. Qualche economia ma non molto di più. Certo, così facendo, però, introdurremo razionalità e procedure corrette nella costruzione del bilancio. E questo è senza dubbio un bene: la razionalità, infatti, è il primo passo per operare al meglio.

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