Armando Giuffrè, ventenne messinese impegnato in una partita di Subbuteo

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Un panno verde come campo da gioco, omini tripudianti di colori fissati su una piattaforma che si muove in punta di dita e tanta passione. Quando ancora non esistevano i videogiochi, gli appassionati di calcio si divertivano riuniti attorno al Subbuteo.

Non un semplice gioco, ma una vera e propria icona degli anni Settanta. Una miniatura fedele dello sport più amato. Un caleidoscopio di emozioni e di gusto estetico. Su internet e alle fiere d’oggettistica antica, le squadre di Subbuteo sono ancora una preda ambita dagli amatori. Ma il Subbuteo non è solo una reliquia da custodire gelosamente in casa, è un gioco vivo, che genera sana competizione.

In Italia sono circa mille gli appassionati che lo praticano in modo agonistico nella Federazione italiana sportiva calcio tavolo (Fisct): tanti i nostalgici del loro gioco da bambini, ma non mancano giovani cresciuti nell’era del digitale. Come Armando Giuffrè, ventenne messinese studente di Scienze Motorie, che il primo dicembre si è aggiudicato la 43esima edizione del trofeo “Città di Catania”.

Vicino di casa di Cesare Natoli, che è membro del consiglio direttivo della Fisct, s’approcciò al Subbuteo quand’era bambino. «Giocavo a pallone con suo figlio – racconta -, dal cortile al tavolo di casa il passo è stato breve, condividendo la passione per il calcio». Breve è stato anche il passo dallo svago all’agonismo, che ha portato Armando da adolescente a prendere parte ai campionati nazionali tra le fila del Messina Table Soccer, con cui milita ancora oggi. Nel 2016 ha anche vinto la Coppa Italia di categoria.

Ma cosa spinge un ragazzo di oggi a preferire il Subbuteo a uno dei tanto pubblicizzati videogiochi calcistici? «Giocare contro un avversario in carne ed ossa è già un di più, che sviluppa la relazione sociale e regala maggiore soddisfazione quando si vince», risponde Armando. C’è poi un aspetto che i calciofili non possono trascurare: nel disporre gli omini sul rettangolo verde, c’è più spazio per la vena tattica rispetto a una limitata rosa di schemi prestabiliti da un computer.

La visuale dall’alto fa il resto, consentendo di avere uno sguardo completo sulla disposizione delle due squadre in campo. La creatività manuale, del resto, non è replicabile da una macchina; nessun calciatore virtuale ad alta definizione potrà mai eguagliare il fascino di un omino in miniatura con la maglia della squadra – dettagli compresi – dipinta a mano. È anche questo aspetto figurativo che rende piacevole assistere a un incontro di Subbuteo. Incontri che Armando affronta in giro per tutta la Penisola. Con il suo Messina Table Soccer – che attualmente si trova a metà classifica in Serie C – affronta trasferte anche molto lunghe nel Nord Italia per le quali il club riconosce un rimborso agli atleti.

Oggi il Subbuteo gode di una certa fama in nicchie di appassionati, ma ha smesso da un pezzo di essere un gioco che gran parte dei bambini maschi colloca in cima alla lista dei regali da chiedere a Babbo Natale. A fine anni Novanta la vecchia proprietà britannica ha venduto il marchio Subbuteo all’americana Hasbro, che tuttavia nel 2000 ha interrotto la produzione avendo perso competitività rispetto ai giganti dei videogiochi. In Italia, però, grazie a un produttore locale (Edilio Parodi) che ha ottenuto una licenza, la fabbricazione è proseguita fino al 2003. Secondo Armando Giuffrè il Subbuteo avrebbe i requisiti per fare concorrenza ai videogiochi ed essere rilanciato sul mercato. Manca però un elemento determinante: «La pubblicità – osserva – perché nei confronti dei giovani non c’è nulla di più convincente».

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