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Sono quasi trecento milioni i cristiani perseguitati nel mondo. E la situazione sarebbe in peggioramento. I Paesi in cui si registrano gravi o estreme violazioni della libertà religiosa sono trentotto. Questa è la realtà fotografata da Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs), fondazione di diritto pontificio che dal secondo dopoguerra soccorre le comunità cristiane vessate.

Il direttore della sezione italiana è un leccese, Alessandro Monteduro. Già dirigente del Ministero dell’Interno prima e della Camera dei Deputati poi, nel 2015 viene chiamato a dirigere Acs dall’ex sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, che era appena stato nominato presidente della fondazione stessa. «Non ho esitato un attimo ad accogliere la proposta», spiega Monteduro.


Direttore, di cosa vi occupate concretamente?

«Interveniamo in centocinquanta Paesi del mondo, finanziando ogni anno perlomeno cinquemila progetti, la gran parte dei quali riguarda la pastorale, ossia edilizia sacra, formazione degli aspiranti sacerdoti, diffusione di Bibbia e Vangelo, sostentamento dei religiosi. Dal 2011 si è derogato, affiancando anche l’aiuto materiale. A fronte dello scoppio dei conflitti in Siria e in Iraq e della persecuzione da parte dell’Isis, abbiamo deciso di intervenire sul piano emergenziale».

In che modo?

«Anzitutto facendo fronte alla prima necessità: cibo e alloggio temporaneo. Poi, in un secondo momento, ci siamo occupati di dare una sistemazione duratura agli sfollati. Un esempio: ad Erbil (nel Kurdistan iracheno, ndr) i cristiani hanno abbandonato i container che hanno fatto da primo alloggio trovando sistemazione in case vere e proprie, il cui affitto è stato pagato da Acs attraverso la generosità dei benefattori».

Pochi giorni fa è tornato da una missione in Siria. Qual è la situazione lì?

«Sbaglia chi pensa che il conflitto sia terminato. In alcune zone, ad esempio ad Iblid, vicino ad Aleppo, si spara ancora. E il conflitto non è terminato in nessuna zona della Siria se valutiamo gli effetti prodotti sia dallo scontro bellico sia dalle inumane sanzioni economiche impartite da Stati Uniti ed Europa. È aberrante definire la sofferenza di un popolo l’effetto collaterale di un’azione contro uno Stato».

Qualche esempio concreto degli effetti delle sanzioni?

«Nelle zone pacificate, i contadini sono tornati a lavorare la terra, ma non possono venderne i prodotti perché non hanno il carburante per l’auto che possa portarli al mercato. La gente ha terrore dell’imminente inverno perché non vi è gas per il riscaldamento. Abbiamo incontrato moltissimi cristiani durante il viaggio in Siria: non ce n’è uno – compresi i nove vescovi di Aleppo, sei cattolici e tre ortodossi – che non ci abbia chiesto, tornando in Italia, di farci portavoce del loro appello a togliere le sanzioni economiche e l’embargo petrolifero».

Avete raccolto qualche segnale incoraggiante?

«I segnali incoraggianti sono nelle bombe che non deflagrano più, nelle chiese che sono state ricostruite, nelle famiglie che sono tornate nelle loro case, novanta delle quali ristrutturate da Acs. La speranza, dunque, è nutrita dai benefattori».

Ritiene ci sia poca attenzione della comunità internazionale per i cristiani perseguitati?

«In Siria ed altrove i cristiani sono nel mirino di gruppi fondamentalisti in quanto ritenuti filo-occidentali. La doppia beffa è che l’Occidente si disinteressa di loro, ritenendoli non fratelli ma “collaterali”».

Nel marzo scorso è stato in missione in Venezuela…

«Venezuela e Siria sono geograficamente e culturalmente lontane, ma hanno un tratto comune. In Venezuela non esplodono bombe, ma gli effetti sono identici: manca cibo e c’è iperinflazione, gli ospedali sono privi di generatori elettrici, senza acqua né medicine sufficienti, languono i medici perché la parte borghese delle popolazioni è emigrata. La gente sopravvive solo grazie alla carità».