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Vladimir Putin depone fiori sulla fossa comune dei soldati russi caduti in guerra dove è sepolto Viktor, il fratello che lui non ha mai conosciuto. La scena in sé, con quel che nel frattempo è diventato lo stesso Putin – leader di una Russia che non è più l’Urss – per l’occhio occidentale ha un dettaglio straniante: sulla tomba c’è la falce e il martello di quel comunismo ormai alle spalle di un popolo ritornato alla religione dei padri e perfino alla Famiglia imperiale consegnata agli altari sacri. E però, ecco, la nobiltà di una storia tragica: quel simbolo, segno di una dittatura spietata, nel lavacro della pacificazione diventa Patria.

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