La Corte d'Appello di Catanzaro

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Quell’aula cupa ed enorme della Corte d’appello di Catanzaro, noi vecchi cronisti ce la ricordiamo bene per via del “processo Valpreda”, sulla strage del 12 dicembre 1969 nella Banca dell’Agricoltura a piazza Fontana a Milano. Un processo che finì in nulla.

Oggi quella severa aula, o almeno gli uffici adiacenti, sono diventati il teatro di un porcaio: uno scandalo che certamente farà ridere moltissimo perché è prima di tutto una storia di mercanteggi e atti sessuali in video: il Presidente di una sezione della Corte d’Appello, Marco Petrini, è accusato di reati gravissimi dalla procura di Salerno che lo ha indagato e ha raccolto prove filmate di scambi e favori per ogni genere di mercanzia: denaro, sesso, doni, facilitazioni, un bordello se le accuse saranno convalidate da una sentenza (LEGGI LA NOTIZIA).

Petrini è umbro, ma era a Catanzaro da anni ed agiva – se è vero tutto ciò che è contenuto nei dossier dei procuratori aggiunti Cannavale, Masini e Senatore della Procura di Salerno – come un personaggio dei film porno casalinghi. La sua specialità sembra fosse quella di scambiare favori per sesso e sesso per favori e di farlo con persone consenzienti e adulte. Non sembra per ora che si profili un caso di stupro seriale, visto che gli inquirenti hanno messo agli arresti domiciliari una avvocatessa con cui il giudice avrebbe consumato una quantità di atti sessuali registrati in video dalla Finanza che costituivano merce di scambio in molte occasioni, senza per questo escludere fiumi di denaro e di merci e servizi di ogni genere.
Il dossier è appetitoso per i suoi risvolti sessuali che già da soli ridicolizzano la Giustizia come istituzione, rendendo un suo ufficio indistinguibile da una casa per appuntamenti.

Non vorremmo quindi che l’aspetto della pochade oscurasse con le sue luci rosse l’enormità di uno scandalo che illumina non una alcova ma corruzione nel servizio pubblico della giustizia, orientando sentenze e ha leso la garanzia di equità nei rapporti fra la legge e i cittadini.

Apprendiamo che i comportamenti erano noti da tempo e che questo giudice godeva di nomignoli come “il porco”, “gonnella” e “il bolognese”. Tutto ciò è gravissimo e se possibile è più grave in Calabria dove le inchieste di un uomo come Gratteri hanno dato ì lustro e credibilità al servizio della magistratura.

Non vorremmo che questo caso fosse trattato come un caso isolato, ridicolo, anomalo e dunque marginale perché non abbiamo dimenticato che pochi mesi fa l’intero sistema giudiziario ricevette un colpo mortale dall’inchiesta di una procura sul CSM, il cuore della magistratura, da cui emergeva come e quanto l’intero sistema di garanzie di una Giustizia indipendente, fosse saltato.

Anzi, ha rivelato che era saltato da un pezzo. Avevamo già visto come l’obbligatorietà dell’azione penale si fosse trasformata nel suo contrario, l’arbitrarietà dell’azione penale al servizio della politica, come ha rivelato l’inchiesta sul Consiglio Superiore della Magistratura. In Italia abbiamo voluto un sistema che non offrisse previlegi ai magistrati, ma garanzie ai cittadini per un pubblico servizio equo, celere e onorato e adesso quest’ultimo scandalo sembra ledere ancora di più i fondamenti che abbiamo appena nominato.

È infatti lecito chiedersi se e quanti casi analoghi a quello di Catanzaro siano al riparo dalla luce del sole e che cosa possa esserci dietro molte disfunzioni. È una pagina nera non solo per Catanzaro e la Calabria, perché lede l’onore della Giustizia come l’unico servizio pubblico che ogni Stato deve garantire e che non è privatizzabile.

Il governo, qualsiasi governo, dovrebbe sentire suonare ormai non uno ma mille campanelli d’allarme e darsi d’urgenza il compito di scoperchiare il marcio ma anche produrre leggi adeguate, anche costituzionali, che sappiano ripristinare le calpestate garanzie del cittadino davanti ai suoi giudici.

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