Francesca e Tommaso Romeo

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Lacrimoni le scivolano su quel bel viso innocente, piange tentando di non farsi vedere da quell’uomo grande e grosso, sorvegliato con discrezione da due agenti dalla polizia penitenziaria, che non le toglie lo sguardo di dosso neanche per un momento, come per proteggerla e non perdere neanche un istante di stargli vicino perché tra alcune ore tutto sarà finito, lui tornerà in cella nel carcere di massima sicurezza di Padova, lei tornerà nella sua casa in Calabria.

Si rivedranno tra qualche mese. Lei si chiama Francesca Romeo, lui, suo padre, Tommaso Romeo, ex boss della ndrangheta, condannato all’ ergastolo con “fine pena mai”, per una serie di omicidi compiuti in una delle tante faide nella Locride.

Avvicino con molta discrezione Francesca e le chiedo:” Perché sta piangendo?” . “Piango perché tra poche ore dovrò andare via e lasciare qui mio padre con il quale sto partecipando a questo dibattito in carcere”. Un dibattito su “La cultura della prevenzione, l’incultura dell’emergenza”, organizzata da “Ristretti Orizzonti” ( un mensile diretto da Ornella Favero la cui redazione è composta anche da ergastolani ndr), in collaborazione con la Casa di reclusione di Padova. E per Francesca e Tommaso Romeo questo è un giorno particolare “perché –dice Francesca- il 4 luglio prossimo mi sposo e fino ad allora non potrò incontrarlo e piango anche per questo, perché quando andrò all’altare lui non ci sarà, non mi potrà accompagnare, come fanno tutti i padri quando le loro figlie si sposano. Perché non gli consentono di portarmi all’altare? Per me sarebbe il più bel regalo del mondo. Perché non concedergli un breve permesso dopo oltre 27 anni passati in carcere? Anni in cui mio padre ha cambiato anche il suo percorso, rinnegando quello che era, che ha ammesso le sue colpe e che fa pubblicamente appelli ai giovani perché non facciano gli errori che ha fatto lui. Faccio quest’ appello a chi potrebbe concedergli questa possibilità, chiedo soltanto un piccolo atto di clemenza e di umanità. Potrebbe venire anche sorvegliato a vista da 50 agenti, non mi vergognerei se venissero anche loro in chiesa”. Francesca si ferma un attimo e poi riprende a parlare ed a ricordare. ”Qualunque errore abbia potuto commettere –dice Francesca-lo ha pagato con tanti anni della propria libertà e non si sa se quel maledetto cancello si riaprirà mai. Ho tanta rabbia dentro un po’ con il mondo intero e non solo, visto che mi è stata negata per tutti questi anni la presenza di mio padre accanto a me, ero piccola e non riuscivo a capire perché il mio papà ad ogni mio compleanno, ad ogni Natale, ad ogni Pasqua o semplicemente al mio primo giorno di scuola non c’era, mentre tutti gli altri bambini erano accompagnati dal proprio papà, io purtroppo ero quella diversa quella senza un papà. Ho tanta rabbia dentro perché non riesco neanche a ricordarmi il mio papà dentro casa mia, non riesco a ricordare neanche il poco tempo che siamo riusciti a passare insieme perché ero troppo piccola, quanto vorrei ricordare! Mio padre è un sepolto vivo, alla morte ci si rassegna al carcere a vita no”.

Francesca si asciuga le lacrime e torna accanto a suo padre, lo abbraccia, lui la stringe a se, una scena commovente. Nel carcere di Padova sono una cinquantina gli ergastolani “ostativi” che per la legge sono supercriminali, pluriassassini che non “collaborano”, cioè ammettono le loro colpe ma non accusano altri, e tra questi c’è anche Tommaso Romeo, finito in carcere il 27 maggio del 1993 “Le mie figlie gemelle, Francesca e Rossella, avevano quindici mesi quando sono stato arrestato, ho visto crescere le mie figlie dietro quel bancone. Ma il peggio doveva venire, fu quando il il 22 giugno del 2002 si presentano davanti alla mia cella gli agenti e mi portano alla matricola e mi informano che mi era stato applicato il regime del 41bis, e che dovevo prepararmi la roba che entro un paio d’ore ero in partenza. In poche ore mi ritrovo nel super carcere di Spoleto, appena arrivato vengo denudato e costretto a fare la famosa flessione, dopo essermi rivestito entro in una stanza dove l’ispettore responsabile mi elenca tutto quello di cui non potevo usufruire “niente telefonate, un’ora di colloquio al mese, un’ora d’aria al giorno, posta censurata, vestiario contato, perquisizione in cella tutti i giorni”, vengo portato in sezione, il mio gruppo era composto da cinque detenuti compreso me, gli oggetti personali (rasoio, pettine, taglia unghie) venivano ritirati alle ore 19:00 compreso il fornellino, perciò dopo di quell’orario non potevi farti un caffè o un tè, ti veniva ridato il tutto il mattino seguente alle ore 7:00, ogni volta che uscivo dalla cella venivo perquisito, non potevo leggere quotidiani della mia regione d’origine, alla tv potevo vedere sette canali decisi dalla direzione”.

Francesca gli sta accanto, si abbracciano e si sorridono, ma anche lei ricorda quando suo padre era al 41 bis. “Non mi ricordo il mio primo colloquio con mio padre, ma sicuramente uno non riuscirò mai a dimenticarlo, quello quando lo andai a trovare mentre era al 41 bs. Ero piccola, 10 o 11 anni, prima di allora io e mia sorella eravamo abituati a colloqui dove ci potevamo toccare, abbracciare ma con il regime del 41 bis tutto ci fu negato, ci parlavamo dietro un vetro blindato ed a volte non capico neanche quello che diceva mio padre, poggiavamo la mano sul vetro per fare finta che ci toccassimo ma inrealtà toccavamo un vetro freddo”.

Ma ora le cose per fortuna sono cambiate, anche se rinchiuso nel carcere di massima sicurezza a Padova Tommaso Romeo finalmente ha colloqui normali con i suoi familiari, con le figlie ed i suoi due nipotini. Non solo, grazie anche alla attività di “Ristretti Orizzonti” Tommaso Romeo svolge un’altra vita, sia pure sempre dentro quella fortezza. Adesso Tommaso parla anche a giovani studenti che vanno in carcere, dice loro quello che avrebbe voluto sentirsi dire anche lui quando era ragazzo. “Dico loro di non andare dietro a falsi miti, come ci andavo io e come purtroppo, ancora oggi, tanti giovani calabresi sono attratti dai boss. Quando ero libero, ero rispettato e temuto, quel mondo mi piaceva, ma soltanto dopo, soltanto quando capisci che era tutto sbagliato, ti rendi conto che non puoi permettere che altri seguano la tua strada. Una strada che è senza uscita: o la galera o la morte. Io ho sbagliato, ho coinvolto anche la mia famiglia, i nostri figli che non mi sono potuto godere. Bisogna fare qualcosa per i nostri giovani, per miei compaesani e per tutti quelli che vivono in situazioni difficili, per liberarli da quella subcultura che ci ha nutrito tutta la vita e mia figlia Francesca è quella che mi ha dato una grande spinta per continuare a vivere ed a cambiare anche se io non uscirò mai più dal carcere”.

Adesso Tommaso non è più quello di una volta, adesso predica ai giovani dicendo di non seguire le vie più facili. Da cinque anni il suo atteggiamento è cambiato, parla con gli studenti e chiede che i ragazzi dei quartieri e dei paesi difficili, abbiano altre possibilità, non quelle che offrono le organizzazioni criminali. “Dobbiamo salvare i giovani, allontanarli da quella cultura mafiosa che li porta verso il baratro. Io ho un cognato che adesso collabora con un’associazione in Calabria e che parla ai suoi giovani paesani un’altra lingua che non è quella della ndrangheta” dice con un certo orgoglio Tommaso. “Io alle mie figlie quando erano più piccole dicevo che il loro papà “lavorava” dentro il carcere e che presto avrebbe finito quel lavoro e sarebbe tornato a casa ed è stata una delle bugie più penose che ho detto ed a mio nipote, quelle poche volte che lo vedo gli dico: il nonno è qui perché ha sbagliato e se tu sbagli farai la stessa fine”.

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